Le megautility italiane sono minime rispetto ai modelli europei

La lunga trattativa per il riassetto di Edison ha riproposto con forza il tema della megautility italiana. Periodicamente, quello che è ormai diventato una sorta di “topos” della letteratura sulle public utility accompagna le fasi di trasformazione delle maggiori imprese nazionali e viene evocato come esito naturale del lungo percorso di sviluppo delle società municipali.

Il dibattito italiano vede nella crescita dimensionale attraverso la concentrazione degli operatori locali la via per poter competere sui mercati internazionali. Il punto di riferimento di questa visione è sempre stato individuato nella tedesca Rwe Ag, secondo maggior produttore tedesco di energia e operatore a livello internazionale, che ha avuto origine dall’aggregazione di numerose imprese municipali.

Da alcuni anni i big player internazionali hanno avviato una fase di razionalizzazione societaria attraverso la cessione di asset ritenuti non strategici. La riduzione delle disponibilità finanziarie e gli alti livelli di indebitamento accumulati si sono scontrati con la caduta di redditività dei business energetici. Tendenza comune è stata l’uscita o la riduzione di peso dei servizi a rete (distribuzione, trasporto, servizio idrico), business regolati che necessitano di alti investimenti e offrono flussi di cassa stabili seppur inferiori rispetto a quelli ottenibili nell’upstream.