La repressione cinse contro i tibetani inonda l’Asia

India. Si è svolta in questi giorni, a Nuova Delhi, una manifestazione di protesta dei tibetani in esilio per denunciare la sistematica politica di oppressione portata avanti dal governo cinese contro il loro popolo e per ricordare i “martiri” che si sono immolati per la liberazione della propria terra dall’odiosa colonizzazione. La manifestazione è stata interrotta dall’intervento brutale della polizia.

Cina. Il Movimento di Solidarietà del Popolo Tibetano, ha manifestato, in modo particolare, per sostenere i conterranei residenti nella provincia sud-occidentale cinese del Sichuan che, alcune settimane fa, sono stati vittime, a loro volta, di una sanguinosa repressione poliziesca, repressione che si è tradotta anche nella censura mediatica imposta dalle autorità cinesi.

Tibet: Il blocco delle comunicazioni voluto da Pechino, mira a isolare i tanti focolai di protesta che vanno moltiplicandosi giorno dopo giorno. Anche alcune regioni tibetane come la contea di Serthar e quelle di Drango e di Dzamthang infatti, sono state teatro, tra il 23 e il 27 gennaio, di  sommosse popolari soffocate nel sangue dalla polizia cinese che è arrivata a sparare sulla folla inerme uccidendo diverse persone.

Sacrifici. Intanto, secondo quanto riferito da Radio Free Asia,  altri tre monaci tibetani si sono dati fuoco a Phuwu, un villaggio a circa 150 chilometri da Serthar. Uno di loro è morto, due sono sopravvissuti, ma versano in gravissime condizioni. Prima di immolarsi i tre monaci hanno pregato per il ritorno del Dalai Lama e per l’indipendenza del Tibet. Con loro sale a venti il numero dei tibetani che si sono sacrificati per la liberazione della propria terra dalla feroce colonizzazione cinese.

Giovanna Fraccalvieri