62° Festival di Berlino: apertura all’insegna della Rivoluzione e della sessualità ambigua

Apre la Berlinale – E’ la Rivoluzione ad aprire la 62° edizione della Berlinale. Almeno sugli schermi. Il Festival di cinema più autoriale d’Europa ha aperto i battenti ieri sera con la proiezione del film Les adieux à la reine (in inglese: Farewell, my Queen) di Benôit Jacquot. La pellicola si svolge nell’arco di quattro giorni, a partire da quel 14 luglio 1789 che ha fatto crollare una delle più grandi monarchie d’Europa, e ha segnato il passaggio del soggetto civile da suddito a cittadino (più o meno libero, questo è poi da capire). Grandi protagoniste del film sono due attrici di grande fascino e carisma: la tedesca Diane Kruger, algida bellezza mozzafiato già vista in Inglorious Basterds di Tarantino, interpreta la regina Maria Antonietta; la raffinata e timida Léa Seydoux, già al servizio di Woody Allen (Midnight in Paris) e accanto a Tom Cruise (Mission Impossible – Protocollo Fantasma), veste i panni di un personaggio inventato, una modesta ma affascinante bibliotecaria molto vicina alla regina di Francia.

Una regina ambigua – Non è la prima volta che un film si concentra sulla Francia della Revoluciòn, con un focus speciale sulla regina: basti ricordare il Marie Antoinette di Sofia Coppola. Ma quello che ha fatto discutere molto, questa volta, è stato l’approccio decisamente inusuale del regista, che ha presentato la moglie di Luigi XVI come una donna dai gusti sessuali ambigui: “borderline” è il termine che la Kruger ha usato in conferenza stampa per definire la Maria Antonietta dipinta da Jacquot, coinvolta nel film in un chiacchieratissimo rapporto di particolare vicinanza con la duchessa di Polignac (Virginie Ledoyen). A parte questo vociare,comunque, il film non sembra aver colpito troppo e l’accoglienza della critica è stata piuttosto fredda. Oggi, invece, gli occhi sono tutti puntati su Molto forte, incredibilmente vicino di Stephen Daldry. Pellicola che vede protagonisti Tom Hanks, Sandra Bullock e l’esordiente Thomas Horn, all’ombra della tragedia delle Torri Gemelle.

Roberto Del Bove