La tragedia dei Kayapò: fare qualcosa per non fare schifo

La fine dei Kayapò: l’uomo che piange in questa foto è Raoni Metyktire, capo della tribù Kayapó dell’Amazzonia, la sua disperazione deriva dalla scoperta che l’agenzia per l’ambiente del Brasile ha autorizzato la costruzione della diga e della centrale idroelettrica di Belo Monte, senza curarsi della devastazione che subirà il territorio indigeno che vive, secondo secolari tradizioni, presso quel fiume.
L’impianto ambisce a divenire il terzo polo al mondo finalizzato alla produzione di energia elettrica e, come ogni opera volta al guadagno, difficilmente riuscirà ad essere bloccata nonostante il tributo da pagare sia disdicevole e disumano.
Il progetto prevede lo sbarramento del fiume Xingu, uno dei maggiori affluenti del Rio delle Amazzoni ed il conseguente allagamento di circa 500 chilometri quadrati di foresta amazzonica: più di 45.000 persone saranno costrette ad abbandonare i loro territori, la loro casa, la loro storia. L’affaire rischia di passare in sordina in quanto le vittime designate ad essere snaturate, umiliate e prevaricate altro non sono che indigeni, motivo per il quale i tribunali di competenza hanno già emesso imbarazzanti verdetti che ignorano totalmente la loro esistenza ed i diritti ad essi correlati. Ripetiamo: diritti, non cortesie concesse: esempio concreto di quanto la dignità di questi individui venga reiteratamente negata risiede nel divieto che il FUNAI (Dipartimento brasiliano agli affari indiani) nel mese di maggio, aveva vietato a Azelene Kaingang, portavoce dei popoli indigeni, di partecipare al Forum delle Nazioni Unite sulle questioni indigene: la donna avrebbe dovuto parlare del problema della diga di Belo Monte e dell’indifferenza del governo brasiliano davanti alla raccomandazione della Commissione Inter-Americana per i diritti umani.

Fare qualcosa per non fare schifo: non si può dire che gli organi informativi stiano lavorando in maniera efficace al fine di rendere noto al mondo un atto incostituzionale di questa portata. Perché ci piace sollazzarci per ore con i programmi di “approfondimento” tesi ad aggiornarci sull’amante di Schettino, sui più sordidi particolari della famiglia Misseri e poi ci piacciono da morire quei servizi “giornalistici” con la musichetta mesta di sottofondo che raccontano la tragedia dell’Aquila; noi, al tavolo con la forchetta già in bocca, scuotiamo la testa rammaricati sinceramente per quelle povere persone che, senza colpa, hanno perso casa, famiglia, ricordi e anche la vita. Qual è la tragedia peggiore per chi resta dopo un terremoto, uno tsunami? In primis la perdita di chi si ama, ovviamente, ma poi quel senso di scippo di identità, quella mancanza di rifugio che solo la casa, la propria, bella o brutta che fosse, rappresentava. Un secondo utero dal quale alcuni vengono strappati e che ne sappiamo, noi che guardiamo, di quanto dolore e confusione provochi la coscienza della perdita del proprio divano, delle scatole di bottoni di scorta, dei quaderni conservati, della tazza sbeccata per la colazione? Gli esperti asseriscono che un terremoto sia una delle esperienze più devastanti per la natura umana: oltre al trauma indotto dall’evento c’è poi da fare i conti con quel furto di vita, di quotidiano, di cose, di identità culturale e personale che stranisce l’animo. I Kayapò sono detti “il popolo del fiume” e quel fiume al quale si intreccia la loro identità culturale, la loro casa, il loro secondo utero è destinato a coprire con le sue acque la loro terra. Il particolare che dovrebbe indurci a riflettere e anche ad agire risiede nel fatto che questo non accadrà in virtù di un capriccio della natura, ma per un volere pianificato e lucido del Governo brasiliano. Questo fa schifo e questo sta accadendo. Complice sarà chi resta inerte a guardare.

 Valeria Panzeri