Honduras, strage in carcere: un incendio fa oltre 300 vittime

Strage – Non sono ancora del tutto chiare le dinamiche che hanno scatenato, la scorsa notte, l’incendio all’interno di un carcere più micidiale della storia dell’Honduras; stando alle prime ricostruzioni, tra le cause è per ora esclusa la rivolta tra detenuti: secondo le forze dell’ordine, alle 22.50 di ieri sera (le 6.50 in Italia), un corto circuito elettrico, o un gesto volontario di un singolo detenuto, hanno dato il via alle fiamme che hanno devastato il carcere di Comayagua, a circa settantacinque chilometri a nord della capitale Tegucicalpa. Un istituto che a norma di legge avrebbe potuto contenere 450 detenuti, ma che in realtà ne ospitava quasi il doppio.

Le vittime accertate fino ad ora sono 272, ma si contano ancora 357 dispersi, e le previsioni non sono ottimistiche. È lo stesso direttore del carcere, David Orellana, a parlare di “situazione grave”, ammettendo che i soccorritori al momento stanno estraendo cadaveri

Pessimismo – Naturale, in una situazione del genere, che le previsioni non siano buone: il Ministro per la Sicurezza nicaraguense Pompeyo Bonilla, analizzando la situazione, ha dichiarato che le vittime ancora da recuperare potrebbero far salire a oltre trecento il conto complessivo.

Si tratta di una piccola variabile, ma va comunque presa in considerazione l’ipotesi che i numeri vadano leggermente rivisti, in quanto si dà per certo che qualche detenuto abbia sfruttato la situazione per fuggire dal carcere.

Paradossalmente, mentre i vigili del fuoco cercavano di domare, diversi familiari dei detenuti sono riusciti a scavalcare i cordoni della polizia ed entrare nella prigione, per tentare di aiutare i propri cari. L’incendio in pochi minuti ha raggiunto dimensioni considerevoli, e gli addetti ai lavori hanno impiegato oltre un’ora a domare le fiamme. Adesso il Nicaragua, oltre a dover affrontare la tragedia, si troverà nuovamente di fronte alla ricorrente polemica sul pericoloso sovraffollamento dei penitenziari: se l’istituto di Comayagua avesse ospitato un numero di detenuti adatto alle sue dimensioni, forse ora trecento famiglie non starebbero piangendo un loro caro.

Damiano Cristoforoni