Oggi i funerali di Lucio Dalla: addio al musicista, cantore, poeta colto e popolare

L’affetto degli italiani – Non si contano, sono davvero tanti. Le decine di migliaia di italiani (circa cinquantamila) che da ieri si avvicendando ininterrottamente alla camera ardente allestita nel Municipio di Bologna per rendere omaggio a Lucio Dalla sono una dimostrazione tangibile dell’affetto che circondava e circonda tuttora il cantautore bolognese. La sua “Piazza Grande” è gremita, nell’aria risuonano le sue canzoni tra le lacrime, i sorrisi e il cordoglio della gente. Tutti uguali: gente dello spettacolo (Morandi, la Caselli e tanti altri), politici (Prodi e Casini) e la gente comune, uniti solo dalla memoria di un personaggio unico, fuori dalle righe, dal cuore grande abbastanza da renderlo cordiale e benevolo con tutti, dal più umile dei clochard al più stimato collega. Oggi, alle 14.30, avranno luogo i funerali di Dalla presso la Basilica di San Petronio. La richiesta della CEI è stata chiara: “Niente canzoni di Dalla al funerale”, e così sarà. Concezione distante anni luce dalle esequie – ad esempio – di Whitney Houston, che nella chiesa Battista dei suoi esordi è stata ricordata con un vero e proprio concerto di amici e conoscenti. Ma non c’è spazio per le polemiche: al termine delle esequie Marco Alemanno, convivente di Dalla, leggerà le parole di “Le rondini”, e tanto basta. Si ricorda Dalla per molte cose, di certo non per la vena polemica. E’ giusto quindi celebrarlo anche così, risparmiandosi inutili tiritere.

Lucio, poeta colto e popolare – Tragico e comico, popolare e colto, elevato e volgare: proprio come il nostro Dante, Dalla aveva il coraggio di mescolare gli stili, di cambiare registro, di mettersi in gioco e sorprendere. Non per il gusto di farlo, ma perché banalmente la semplicità non gli era connaturata. Almeno non a livello artistico, perché a livello umano è sempre rimasto umile e incredibilmente bambino: chiedere a Morandi, a cui disse “Ok, partecipo al tuo programma, ma solo se mi fai fare una gara di tiri liberi con Sasha Danilovic”. Ed eccolo lì, in braghe corte, a tirare al canestro della sua Buckler Bologna. Ma il suo era un ingegno multiforme: nato povero e diventato jazzista per innegabile talento (chiedere lumi a Pupi Avati, al riguardo), poi trasformatosi cantautore di nicchia con la collaborazione di Roberto Roversi, diventato infine estremamente popolare negli anni ’80 con dei successi clamorosi e degli album apprezzati da pubblico e critica, Dalla ha attraversato i generi più disparati, prendendoli, giocandoci, decostruendoli. Anche per questo la definizione di cantautore che continuiamo ad affibbiargli risulta piuttosto riduttiva. Amava raccontare storie, Lucio, non si concedeva troppo intellettualismi. E spiazzava ad ogni mossa: dirigeva una “Tosca” e andava a Sanremo con uno dei ragazzi di “Amici” con la stessa nochalance. E nel frattempo si interessava di pittura, arte, cultura, della sua Bologna. Era fatto così. Oggi avrebbe compiuto gli anni, ben 69 dalla data di una delle sue canzoni più celebri (4 marzo 1943) e capiamo che l’Italia ancora non era pronta a questo addio. Ma ha seminato Lucio, e ancora per molti anni tutti avremo molto da raccogliere.

Roberto Del Bove