Lucio Dalla, Marco Alemanno e l’amore che non osa dire il suo nome

Il ricordo di Marco Alemanno – “Torno a chiudere gli occhi e mi perdo di nuovo come tanti anni fa nel mare e nel cielo dei sogni. Solo che oggi, a differenza di allora, conosco benissimo quel signore che canta ‘Le Rondini’. […]Oggi insieme a voi tutti posso dirgli grazie. Da diverso tempo ormai ho il piacere, l’onore e il privilegio di crescere al fianco di Lucio, il cantante, il musicista, il regista ma soprattutto l’uomo eterno bambino a cui devo già tanto”. Marco Alemanno pronuncia queste parole, mentre trattiene a stento le lacrime e i singhiozzi. La CEI lo aveva chiesto chiaramente: niente canzoni di Lucio Dalla durante i suoi funerali. Così è stato, ma almeno a Marco è stato concesso di leggere il testo di “Le Rondini”, la canzone che da bambino gli aveva fatto conoscere il cantante bolognese, molti anni prima di conoscerlo di persona e diventare il suo compagno di vita. Perché questo era, e lo si sapeva da anni: il giovane attore e Dalla convivevano nella casa di Via d’Azeglio, a Bologna. Erano insieme anche quando l’attore si è sentito male in Svizzera. Ma ieri, in chiesa, Marco Alemanno era annunciato solo come un “amico” e “collaboratore” di Lucio Dalla. Tra le mura Vaticane è un macigno la parola “amore”, troppo pesante la parola “compagno”, se la controparte è maschile. Lo stesso Marco, consapevole di questo, ha affrontato con delicatezza la questione, evitando di parlare di Lucio Dalla in termini che sarebbero risultati più scomodi.

 

Polemiche in rete – Questo non è bastato ad evitare le polemiche contro l’ipocrisia cattolica, lanciate per prima da Lucia Annunziata: “I funerali di Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia – ha detto la giornalista nel corso della trasmissione In 1/2 h su RaiTre -. Vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. È il simbolo di quello che siamo, c’è il permissivismo purché ci si volti dall’altra parte”. Il commento dell’Annunziata è chiaro: Dalla era cattolico convinto e praticante, ma, nonostante ciò, se avesse dichiarato la sua omosessualità non avrebbe avuto diritto al rito funebre in chiesa. I social network hanno seguito a ruota il commento della giornalista, esprimendo indignazione soprattutto per il ruolo “minore” che il compagno di Dalla ha dovuto svolgere ieri, durante le esequie: “Anche io sono indignato se sento parlare di Marco Alemanno come un amico e un collaboratore di Lucio Dalla. È amore, bigotti”, ha commentato qualcuno su Twitter. Riassumendo, in poche parole, una polemica che sta imperversando in rete forse anche più del dovuto.

“L’amore che non osa dire il suo nome” – E’ innegabile che Marco, pur parlando di amore nel suo discorso, per prudenza e rispetto non ha usato quella parola che in sé avrebbe racchiuso mondi interi. Certo, ha preferito non farlo per non alzare il polverone, per non far affrontare la questione in una sede che potesse sembrare inappropriata. Ma forse è proprio questa forzata autocensura a fare male. Sono passati oltre cento anni dalla morte di Oscar Wilde, eppure l’Italia che vantiamo democratica e progressista sembra incredibilmente vicina alla perbenista Inghilterra vittoriana, visto che ci troviamo ancora a parlare con ipocrisia e timore di quello che il poeta inglese definì con coraggio “l’amore che non osa dire il suo nome”. A considerarla bene, la strada per cambiare in meglio non dovrebbe essere poi così lontana: pensare un po’ di meno alle etichette sarebbe lecito, sentire un po’ di più, forse, sarebbe d’obbligo.

Roberto Del Bove