Lo strano caso del sindaco Alemanno e quella cosa chiamata Cultura

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:54

Lo strano caso del sindaco Alemanno e quella cosa chiamata Cultura. Va beh, parlar male del sindaco di Roma Gianni Alemanno sta diventando un esercizio fin troppo semplice. Un po’ come il famoso sparare sulla croce rossa. Però anche tu, benedetto figliolo di un sindaco, mi sembra evidente che ti ci impegni proprio per attirare su di te critiche e sberleffi. L’ultima uscita diciamo così, stravagante, riguarda il caso del teatro Valle occupato. La risoluzione tarda ad arrivare perché sempre più il dialogo tra i lavoratori dello spettacolo impegnati in una lunga e fin qui appassionante (oltre che appassionata) battaglia per la difesa di uno spazio storico della capitale, e soprattutto per il rilancio di politiche culturali per la città che da quando la nuova amministrazione di centro destra è arrivata al potere sono state un poco trascurate, e gli interlocutori istituzionali, sindaco in primis, sta naufragando in polemica sterile. Un muro contro muro che non accenna a placarsi, tanto più che la proposta degli occupanti di trasformare il teatro Valle in fondazione, facendolo diventare il primo polo per la drammaturgia contemporanea del paese, sembra proprio non essere compresa dal nostro solertissimo primo cittadino.

Albertazzi. Infatti l’ultima dichiarazione in merito del prode amministratore è stata la proposta di affidare la direzione del nuovo teatro Valle al grande Giorgio Albertazzi, il grande irreprensibile Albertazzi, non sapevo che facesse teatro, per citare una celebre battuta di un ancor più celebre film. Una proposta shock tanto più perché giustificata dal pericolo che il teatro occupato si stia trasformando in un centro sociale. Ora a nostro parere tale presa di posizione ci sembra non soltanto fuori luogo, ma del tutto inutile nel contesto della contesa. Proporre il vegliardo Albertazzi, uno dei pochissimi nomi spendibili dal centro destra in materia di Cultura, equivale a far finta che questi nove mesi e più di occupazione non siano mai esistiti, che le speranze e le proposte avanzate in nome di un rinnovamento possibile di un teatro, parliamo in generale e ancor più rispetto a Roma, che sempre più mostra la propria incapacità di proporsi come arte del proprio tempo, non abbiano diritto di cittadinanza. E’ soprattutto l’assunto che le istituzioni non riescono a staccarsi da quella logica che vede l’Italia come una “repubblica fondata sul pannolone”, che guarda con reazionario sospetto la parola giovani e tutte le novità da essi proposte. E’soprattutto la triste constatazione di un’amministrazione pubblica che se ne frega di tutto tranne che di se stessa e che forse un giorno sarà chiamata a rispondere al tribunale della storia come colpevole di aver sprecato una grande occasione di rinnovamento. Sarebbe bello una volta tanto che tutto cambiasse per non rimanere com’è.

Simone Ranucci