“To Rome with love”: recensione in anteprima del nuovo film di Woody Allen

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:32

Woody Allen a Roma – E’ la voce di Domenico Modugno – con la sua splendida “Volare” – a condurci nei meandri di “To Rome With Love”, l’avventura romana di Woody Allen, che uscirà nelle sale italiane il 20 aprile in 600 copie. Perfetta introduzione per un gioco di cliché a cui il cineasta newyorchese non ha saputo giocoforza rinunciare e che, nel bene o nel male, permea tutto il film. Sia chiaro: niente mafia, qualche spaghetto, un po’ di mandolino e qualche escort (fu pur sempre girato in epoca berlusconiana), ma senza calcare troppo la mano. Nella nuova fatica di Allen resta soprattutto la faccia migliore dell’Italia e di Roma: una città da cartolina, eterna, romantica, senza traffico e molto alla mano. Tutte caratteristiche del nostro paese note per lo più all’estero, ma che noi italiani – presi dal vivere quotidiano e sconfortati dagli italici vizi – abbiamo probabilmente dimenticato. Questa commedia corale di Allen, ideale corollario europeo di “Vicky Cristina Barcelona” e “Midnight in Paris”, cerca in qualche modo di ricordarcelo, ma cadendo troppo spesso in sfilacciature narrative e incertezze registiche. Concedendo però allo stesso tempo qualche brillante lampo di genio.

 

Sinossi – La storia è divisa in quattro episodi, quadri giustapposti e a volte incrociati, che si svolgono sullo sfondo della città eterna. C’è un architetto americano (Alec Baldwin) che rivive la sua gioventù trascorsa a Roma; una prostituta d’alto borgo (Penelope Cruz) che per sbaglio sconvolge la vita di un giovane e impacciato italiano (Alessandro Tiberi), la cui moglie (Alessandra Mastronardi) si perde nelle strade della capitale incappando nel suo attore preferito (Antonio Albanese); un uomo comune (Roberto Benigni) che improvvisamente viene travolto senza motivo dal successo; infine, c’è un discografico americano di musica classica in pensione (Woody Allen) che, arrivato a Roma, conoscerà il suo consuocero (Fabio Armiliato), innamorandosi della sua voce e tentando di portarlo al successo.

 

Cali di ritmo e lampi di umorismo – Addio alla comicità cultural-letteraria di “Midnight in Paris”: Allen torna con le nevrosi, le ansie, le battute su Freud e l’umorismo feroce e garbato sugli umani vizi. Ma sono solo sprazzi isolati, guizzi da autore consumato. Il film in sé non convince del tutto: una parte iniziale che stenta a decollare, alcuni momenti di stallo e alcune soluzioni narrative non troppo convincenti tarpano le ali a questo atto d’amore nei confronti di Roma, Città Eterna di cui il cineasta americano vede solo i pregi e (giustamente) ignora o nasconde i difetti. Il feroce surrealismo dell’episodio di Benigni risulta esemplificativo dell’assurda crudeltà dello Show Business, ed è (escluso il finale moralistico) una requisitoria interessante contro un certo vacuo e assurdo giornalismo di oggi, anche se esalta solo in parte le doti dell’istrione toscano. Ma è quando Allen torna in scena (ben 6 anni dopo “Scoop”) che le risate sono assicurate. Partito il treno dopo l’imbarazzante inizio, non mancano momenti godibilissimi e alcune stoccate (anche al Vaticano) che faranno la gioia degli aficionados. L’umorismo con cui viene ironizzata l’universale abitudine di cantare sotto la doccia, poi, è strepitoso, ed è destinato a strappare risate ad intere platee. Ma questo non basta a salvare l’intera carrozza, che rispetto all’ultima fatica parigina di Allen risulta un po’ sconnessa, priva di compattezza sia nel messaggio complessivo (qui un po’ dispersivo) che nella struttura della narrazione. A tratti anche i dialoghi risultano privi di spessore e un po’ telefonati. E questa, per un autore dalla genesi teatrale come Allen, è una brutta novità.

 

Bocciatura a metà – Il cast di prim’ordine (ma la compagine straniera brilla molto di più) non salva del tutto un film che comunque si tiene in piedi soprattutto grazie alle battute fulminanti di Allen-attore. Rispetto alla grande attesa creatasi – che non è mai positiva – il film delude un po’. La sensazione di assistere ad un lavoro confezionato “su commissione” è forte, manca la freschezza e l’originalità di un lavoro nato dall’esigenza artistica e comunicativa. Alcuni lampi del genio che fu (e che, nonostante tutto, ancora è) salvano tuttavia il film da una bocciatura completa, per relegarlo nell’ambito di una mediocrità che, ad ogni modo, ad un maestro del calibro di Allen non può che stare stretta. Aspettiamo con fiducia la prossima avventura che, come ha dichiarato il regista in conferenza stampa, si snoderà tra New York e San Francisco, e non a Cophenaghen, come molti inspiegabilmente avevano paventato.

 

Voto: 6,5/10

Roberto Del Bove

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