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Sisma in Emilia: viaggio fra la disperazione e le macerie di un giorno infame

Terremoto Emilia: l’intento voleva essere quello di raccontare le conseguenze del terremoto avvenuto 12 giorni fa in Emilia, invece due scosse violente verificatesi il 29 maggio ci hanno catapultato dentro lo strano caos che genera un sisma. La prima scossa, non di quelle leggere, di assestamento, ma la scossa che ha riaperto la ferita affatto rimarginata di un territorio e delle persone che lo abitano arriva intorno alle nove di mattina: 5.9 di magnitudo sulla scala Richter. La gente grida forte e si riversa per strada, in poco tempo serpeggia il panico fra quei placidi paesini della Bassa colta in contropiede dal terremoto, nessuno aveva messo in conto che la Pianura Padana dovesse fare i conti con questi smottamenti.

Verso l’epicentro: cerchiamo di raggiungere l’epicentro: Medolla, Mirandola ed altri paesini verso Modena che hanno subito la devastazione peggiore nonché affastellato il maggior numero di vittime; il rischio di frontali a velocità sostenuta offre la misura per comprendere quanto la paura sia la malattia più radicata su un territorio funestato da continue scosse. La gente è guidata dalla mera sopravvivenza, colonne di macchine che invadono anche la corsia opposta: l’unico impulso è fuggire lontano dal tremolio e da quel rumore sordo che arriva da qualche profondità della terra che terrorizza e toglie la ragione. Le madri sono corse a prendere i figli appena accompagnati a scuola e subito evacuati a causa del sisma: questa scossa è peggiore della prima e non è questione di intensità, è peggiore perché si mangia in pochi secondi la speranza di mettere la parola fine all’essere terremotati, sfollati, vittime inermi senza sapere quando finirà.

Le tendopoli: ogni tendopoli è un coagulo di umanità, terrore e forza; moltissimi gli sfollati con i quali ci fermiamo a parlare, raccogliendo i loro appelli e la fragilità che il sisma ha instillato nelle  vittime. Tutti rispondono la medesima cosa, tutti hanno il medesimo sguardo in bilico tra l’assente e la paura latente; gli emiliani chiedono soltanto che finisca, consci del fatto che nessuno abbia il potere di esaudirli. Un terremoto logora in quanto si prendono la casa, i ricordi, la vita quotidiana trasformata in uno stato di emergenza continua ma, soprattutto, striscia sottoterra senza poter mai essere previsto, bloccato, combattuto. Arriviamo a Mirandola scoprendo che il numero delle vittime è salito, fra le macerie incontrate per strada arriva la seconda scossa intorno alle 13.00, che smuove le carcasse delle cascine già svenute sotto i precedenti colpi; stiamo in silenzio mentre la terra ci trema sotto i piedi consci del fatto che la nostra fortuna risieda proprio nell’essere all’aperto, in un prato, ma soprattutto consapevoli che a qualcuno stia crollando in testa qualcosa, proprio in quel medesimo istante bastardo. Così è stato.

Valeria Panzeri e Angelo Sanna