Trattativa Stato-mafia, Amato (Dap): Fui cacciato su richiesta di Cosa nostra

La ferita aperta del periodo stragista è tornata ad infettarsi. Dopo anni di sospetti silenzi e procrastinazioni, il nodo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia potrebbe finalmente sciogliersi. A consegnare l’ultimo tassello del puzzle è stato l’ex direttore del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), Nicolò Amato, che nei giorni scorsi ha consegnato un memoriale dal contenuto scottante.

Una rimozione sospetta – Nicolò Amato è stato per anni il “signore delle carceri”, sostenuto e apprezzato da politici e addetti ai lavori. Il 4 giugno del 1993 fu, però, improvvisamente rimosso, con grande sorpresa dello stesso alto funzionario che, per anni, dice di essersi tormentato alla ricerca di una spiegazione plausibile. La sua affannosa ricerca della verità lo avrebbe condotto a una conclusione agghiacciante, motivata alla luce di una considerazione cronologica inappuntabile: la sua improvvisa rimozione venne compiuta nel periodo delle stragi.

Le pressioni della mafia – Da qui la compilazione di un memoriale che scotta (già consegnato alla commissione Antimafia), in cui Amato non solo conferma l’esistenza della trattativa tra Stato e Cosa nostra, ma punta addirittura il dito contro le più alte cariche istituzionali. “Sono stato cacciato per la mia strategia sul carcere duro – ha dichiarato recentemente l’ex direttore del Dap – Cosa nostra ha esercitato sullo Stato una illecita pressione, basata sulla commissione di stragi e sulla implicita minaccia di commetterne altre”. 

Un patto scellerato – Pressioni a cui, stando alla versione di Amato, lo Stato avrebbe ceduto, stringendo con la mafia uno scellerato patto incardinato sul do ut des. Tra le richieste avanzate dalla mafia, ci sarebbe stata la rimozione dell’inviso direttore del Dap, che nei primi giorni di giugno del 1993 venne effettivamente messo alla porta. “Finora non mi ero mai spiegato il motivo – ha ribadito Amato – ma recentemente sono stato messo a conoscenza di fatti incredibili.

La lettera a Scalfaro – Il riferimento è a una lettera che i parenti dei mafiosi avrebbero inviato all’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, per sollecitare la “defenestrazione” di Amato. A quella lettera – stando sempre alla versione dell’ex funzionario di Stato – Scalfaro fece seguire un incontro con monsignor Cesare Curioni, capo dei cappellani carcerari, e il suo segretario, monsignor Fabio Fabbri. Una convocazione volta a comunicare che “la mia permanenza al Dapha rivelato Amato – doveva avere termine”. “E’ un fatto che, dopo solo tre mesi dall’arrivo del papello di Cosa nostra, e pochi giorni dopo la richiesta di intervento dei due cappellani – ha continuato l’ex numero uno del Dap – io sono stato sostituito con Capriotti”.

Regime penitenziario più soft – Non solo: a validare la teoria di Nicolò Amato ci sarebbe anche un altro fatto, ovvero l’innegabile adozione – da parte dei nuovi vertici del Dap – di una politica penitenziaria meno rigida, che ridusse il numero dei 1.300 detenuti in regime di 41bis (registrati durante la “reggenza” di Amato) a soli 400. Un cambiamento importante, che – calato nel sinistro contesto storico – assume per Amato un significato tanto chiaro quanto allarmante: “Sono stato cacciato perché rappresentavo un ostacolo alle richieste della mafia”.

Maria Saporito