Sciolta nell’acido per odio

“A questo processo vi appassionerete, è una vicenda umana tragica” erano state le parole del pm di Milano Maurizio Tatangelo quando venne aperto il processo per l’uccisione di Lea Garofalo. Il suo corpo sciolto in 50 litri di acido non è mai stato ritrovato ma nel marzo scorso sono stati condannati al carcere a vita i suoi uccisori, sei uomini tra cui l’ex compagno della vittima Carlo Cosco. “Uccisa per odio”. Massacrata da “criminali di mestiere e per scelta di vita” si concluse così senza nessun attenuante il processo. Lea Garofalo iniziò a collaborare come testimone di giustizia solo per dare una vita migliore alla figlia Denise: “La testimonianza di Denise Cosco, come già visto e come si vedrà soprattutto in seguito, è assai preziosa, Denise è il teste chiave – scrive il giudice Introini – e le sue dichiarazioni si pongono quali momenti fondamentale per la ricostruzione di alcuni eventi, di parecchi episodi, di tutto quanto successo che ha visto protagonisti i suoi genitori. La sofferenza di Denise unitamente ad altri nobili sentimenti manifestati nel corso delle sue deposizioni, quali il coraggio, il senso della conoscenza, della verità esimono dal commentare le sue dichiarazioni se non nei limiti in cui ciò risulti strettamente necessario per l’accertamento della verità (finalità cui deve tendere il processo penale)”.

La storia della donna sembra quella di un romanzo tanto è surreale e infelice, così è depositata agli atti: “Lea, orfana di padre dall’età di nove mesi, sin dalla prima infanzia respira e vive in un ambiente socio famigliare caratterizzato da povertà culturale, con elevati profili di illegalità patologici ed improntato a valori educativi deviati, la nonna le insegna che il sangue si lava con il sangue tanto da compiacersi dell’onore mostrato dall’altro suo figlio che aveva cercato di vendicare la morte del fratello con il sangue divenendo irrilevante che lo stesso fosse rimasto ucciso nell’ambito delle vendette incrociate”.

Irene Fini