L’acqua rimane pubblica, Consulta: “Referendum prevale”

L’acqua deve rimanere un bene pubblico. Così avevano deciso i cittadini e così la Corte Costituzionale ha detto che deve essere. Dichiarato illlegittimo quindi l’articolo 4 del Decreto del 13 agosto 2011, convertito il legge un mese dopo. Il referendum di pochi mesi prima aveva sancito la volontà degli italiani; l’acqua resta doveva restare un bene pubblico, a gestione quindi statale, o comunque comunale.  Il decreto prima e la legge poi davano però di fatto la possibilità agli enti locali di affidare la gestione dei servizi idrici ad aziende private.  La battaglia, iniziata prima delle consultazioni referendarie, è proseguita anche dopo l’approvazione della legge.

Puglia, Lazio, Marche, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna avevano infatti fatto ricorso alla Corte Costituzionale, che ieri si è pronunciata in merito, dichiarando incostituzionale la norma. La Consulta, per amor di verità, non ha sancito l’obbligatorietà rispetto al fatto che la gestione dell’acqua debba necessariamente rimanere materia pubblica a prescindere; la chiave di volta di tutta la vicenda è la volontà popolare, che mette lo Stato nelle condizioni di dover agire in tal modo, in quanto, appunto, non può opporsi alle indicazioni del popolo espresse tramite referendum, le quali prevalgono su una legge ritenuta dai Giudici Supremi avversa alle suddette indicazioni. Soddisfatto Antonio Di Pietro, che con l’Idv aveva fatto parte del comitato referendario e che aveva fortemente sostenuto la necessità che i servizi idrici restassero di competenza delle istituzioni pubbliche.

A.S.