Venezia 2012: Fill the void, la religione che divide

Fill the void, il film opera prima che la regista israeliana Rama Burshtein porta in concorso alla sessantanovesima mostra del cinema di Venezia, ci porta nel cuore dell’ortodossia ebraica. Un film in cui la scelta tra l’amore e il bene famigliare ricade sulle spalle della giovanissima Shira alla vigilia del suo matrimonio combinato. Un matrimonio accettato di buon grado dalla ragazza in un mondo in cui rimanere senza marito è un’onta senza rimedio. Però il caso, o la tragedia è in agguato e ci mette lo zampino. Infatti la sorella di Shira, Esther muore improvvisamente lasciando non solo il marito Yochay ma anche il loro piccolo figlio.

A questo punto è sempre la famiglia ad intervenire, assegnando Shira tra le braccia del cognato prima che questi accetti di risposarsi con una vedova belga e parta per sempre in Europa portando con sè il figlio. Shira si trova così schiacciata tra ciò che è giusto (nel contesto famigliare) e le sue inclinazioni di donna abituata a condurre lei il gioco amoroso. Questo fino a quando non scoprirà nell’uomo a lei assegnato qualcosa che le farà ribaltare le sue convinzioni. Film da camera in cui i primi piani sui volti tutti significativi degli attori la fanno da padrone, Fill the void ha diviso la platea rimediando sonori fischi e scroscianti applausi. L’opera della Burshtein ha comunque il merito di condurre lo spettatore dentro un mondo altro, da quello conosciuto da noi occidentali, con una semplicità di sguardo che per nulla impoverisce la narrazione. Un film che sa ritrarre senza giudicare che potrebbe alla fine aver colpito la giuria.

Simone Ranucci