Almeyda, vita sregolata tra doping e alcol: le verità in un libro

Autobiografia Matias Almeyda – Misteriose flebo misteriose al Parma, un coma etilico ai tempi dell’Inter e tanto altro: Matias Almeyda si confessa in un’autobiografia dal titolo “Almeyda, anima e vita”. E sono rivelazioni choc e scomode, che danno l’idea di una vita vissuta al limite, soprattutto nel periodo di militanza del centrocampista argentino con le maglie di Inter e Parma. La prima rivelazione risale ai tempi nerazzurri ma è un’esperienza in cui la società c’entra ben poco: “Ero ad Azul, mia città natale, e bevvi 5 litri di vino come se fosse Coca Cola. Ero in coma etilico e cercai di riprendermi facendo una corsa. Ma poi vidi il sole che girava e un medico mi fece una flebo di 5 ore. Al mio risveglio i parenti erano tutti intorno a me: sembrava un funerale. Se la notizia si fosse sparsa, sarebbe stato uno scandalo”. All’alcol si aggiunge il fumo: “Dieci sigarette al giorno, smaltivo negli allenamenti”. E poi anche una depressione: “Venivo da due brutti infortuni. La psicologa della società mi diede una cura ma non seguii i consigli. Un giorno, però, mia figlia disegnò un leone stanco e triste. Da lì ho iniziato a curarmi”. 

Parma, doping e non solo – Rivelazioni scottanti sono quelli dei tempi del Parma:Prima delle partite ci facevano una flebo. Parlavano di un mix di vitamine e noi calciatori non facevamo troppe domande. Io, però, mi sentivo carico e capace di saltare fino al soffitto. Sono cose che fanno riflettere, specie quando si sente di ex calciatori con gravi problemi di salute”. Doping, forse. Ma anche partite combinate:Era l’ultima giornata della stagione 2000-2001, quella dello scudetto della Roma. I giallorossi dovevano giocare con tro di noi e ci chiesero di farli vincere, dato che non eravamo in corsa per nessun obiettivo. Qualcuno rifiutò, come me e Sensini, altri accettarono la richiesta”. Infine, due episodi tra calcio e  violenza:Una volta fui nel mirino degli ultras per un gestaccio di cui mi ritenevano responsabile. Dovetti uscire dallo stadio nel bagagliaio della macchina dei miei suoceri. E la volta successiva mi feci accompagnare da alcuni amici rugbisti. E di mezzo ci furono avvertimenti mafiosi, ma con questo i tifosi non c’entrano. Capitarono a me e Milosevic, che eravamo in rotta con la società“. 

Edoardo Cozza