The Art of Rap: viaggio emozionante nella storia dell’Hip-Hop (foto e video)

In anteprima italiana, ieri pomeriggio a Milano è stato presentato il documentario-intervista “The Art of Rap” (nell sale The Space Cinema, per il pubblico, solo nei giorni 8-9-10 ottobre), scritto, prodotto e realizzato da Ice-T e che ha visto la presenza in sala di Marracash e Entics. Oltre un’ora e mezza di incontri e interviste con una cinquantina di MC tra i più noti e apprezzati di East e West Coast. Il documento immortala attraverso chiacchierate con il rapper di Newark , stupefacenti freestyle solitari o in coppia e interpretazioni doc di pezzi storici,  i  profondi significati della cultura hip-hop, partendo dalle sue origini più nascoste. Come è nato il duello? Perchè schiacciare verbalmente un avversario? Da cosa deriva quell’irrefrenabile “voglia” di violenza verbale? Ed è davvero così negativa come spesso appare ai non addetti ai lavori?

The Art of Rap è (ed appare volontariamente strutturato come tale) un vero e proprio percorso formativo di alto livello qualitativo per chi l’hip-hop lo vuole conoscerse più da vicino, ma anche (e forse soprattutto) per chi crede di poter diventare un vero MC, partendo dalle fondamenta irrinunciabili della Old School. C’è infatti una differenza fondamentale, spiegano i vari guru come Snoop Dog, Salt’n Pepa, Public Enemy, Africa Bambaata e lo stesso Ice-T, tra mettere in rima due frasi per fare effetto (“quello lo sanno fare tutti”) e comunicare concetti che “spaccano”, che fanno riflettere, che stupiscono, o che fanno piangere.

Ogni rapper ha un suo modo di scrivere, cantare, trasmettere emozioni, rappresentarsi, e si è avvicinato prima ed innamorato dell’hip-pop per i motivi più disparati, talvolta anche molto banali . The Art of Rap ruota infatti tutto intorno all’unicità di ogni MC, inimitabile per mille ragioni, spesso profondamente soggettive. Ma l’importanza culturale del documentario ha anche un valore pubblicamente spendibile, pur inevitabilmente molto focalizzato sulla realtà Usa.  Fondamentale è infatti il legame con il contesto territoriale d’appartenenza , quasi sempre non facile, pericoloso o addirittura mortale, e non sempre rappresentato e diffuso adeguatamente, nemmeno dai rapper. Un “lato b” oscuro e che fa paura , dal quale però è partito tutto.

Grande importanza è stata data  poi al “Grandmaster bianco” Eminem, nemmeno tanto per la sua universalmente riconosciuta bravura nel campo, ma più che altro per come l’autore di 8 mile si è posto verso un ambiente  esclusivamente  “nero”, non “fregandosene” di ciò che quest’ambiente ancora oggi rappresenta, ma cercando invece, riuscendoci nel migliore dei modi, di fondersi con quest’ultimo, affrontando un’iniziale profonda diffidenza della comunità  di riferimento, spazzata via proprio da un atteggiamento risultato oltremodo sorprendente( “lui sapeva che aveva un lavoro da fare“) e non interessandosi minimamente di ritagliarsi una fetta di pubblico “bianco”, che sarebbe in ogni caso risultata molto redditizia (“un vero MC non lo fà mai per soldi, quelli arriveranno“, è un concetto ricorrente in The Art of Rap). “Chi l’avrebbe detto – ha chiosato su Eminem Ice-T a metà film, diretto verso Los Angeles, che  un bianco sarebbe diventato uno dei più grandi rapper della storia?”

Angelo Sanna

Fotografie: Pier Luigi Balzarini