Bavaglio alla stampa, Pd e Udc: Non voteremo quel testo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 8:37

La legge “salva Sallusti” – Dopo il caso Sallusti, condannato a 14 mesi di reclusione per diffamazione, la politica è tornata ad interrogarsi sulla libertà di stampa.
Il testo, che vede come firmatari Vannino Chiti del Pd e Maurizio Gasparri del Pdl doveva essere frutto di un’intesa tra maggioranza e opposizione, ma come spesso accade, ogni partito vuol metterci del suo e così si arriva allo scontro.
“Se verrà fuori un pasticcio sono pronto a togliere la mia firma”, annuncia Chiti, mentre Pd e Udc promettono battaglia sul testo: “Non lo voteremo mai”.
L’obiettivo principale era quello di eliminare il carcere per reati a mezzo stampa, in modo da intervenire per salvare la posizione di Sallusti.
Ma poi, spigano dal Pd, in commissione giustizia, “a forte maggioranza di centrodestra, le cose sono cambiate. Si rischia di fare una legge puramente sanzionatoria. Se è così meglio fermarsi, limitarsi a eliminare il carcere, e lasciare che sia un Parlamento più sereno a occuparsi del resto“.
Il sentimento comune del Pd è contro l’arresto, contro le maximulte, contro le esagerazioni che abbiamo letto nel pezzo di Repubblica. Non le faremo passare“.

Dal Pdl: Andiamo avanti – Il Pdl è convinto che sia questa la strada da seguire: “La storia dell’emendamento anti-Gabanelli non ha senso, nessuno ha mai preso davvero in considerazione l’idea di togliere al giornalista la copertura economica dell’azienda. Il senatore Caliendo lo ritirerà. Quanto alle pene pecuniarie, è ovvio che togliendo il carcere dovevamo aumentarle. Se poi c’è una giusta rettifica, vengono diminuite. E se il direttore responsabile non vuole farla, il giornalista può chiedere ai giudici di imporgliela”.

Udc: Non voteremo – Il centro si schiera al fianco del Pd e ricorda: “Dobbiamo scongiurare che le norme sulla diffamazione a mezzo stampa riguardino tutti i blog. Quanto all’aumento delle pene, la diffamazione dev’essere duramente sanzionata, ma questa legge non può essere un cavallo di Troia per fare norme intimidatorie contro i giornalisti“.

Matteo Oliviero

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