Pier Paolo Pasolini: troviamogli un difetto

A trentasette anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, trovato ucciso nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 ad Ostia, ricorrono oggi le commemorazioni di rito del celebre scrittore ed artista. Di elogi alla sua carriera ed alla sua opera, oggi il web e la carta stampata ne offriranno a iosa, come è più che legittimo che sia. Non ci pare dunque di far gran danno o arrecare offesa anche ai pasoliniani più fervidi, se cogliamo l’occasione per pubblicare su di lui qualcosa di non sempre detto: alcuni aspetti delle critiche che ad un tal personaggio (come si confà ad ogni grande personaggio) si possono muovere. In ambito puramente letterario e in quello dei suoi discorsi pubblici, non è detto che a tutti  Pasolini “debba piacere”.

Apprestiamoci dunque a rileggere uno dei brani più noti dell’autore italiano, scelto tra quelli che maggiormente hanno lasciato il segno nella memoria popolare a motivo della commozione abilmente suscitata, che ci porta in modo immediato ad identificarci con chi scrive. Ed analizziamolo.

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù”. (Dalla rubrica Dialoghi con Pasolini, settimanale Vie Nuove n. 42, uscita del 28 ottobre 1961.).

A tutta prima, è innegabile che si tratti di un ottimo ed anche interessante discorso. Andando più a fondo, troviamo inevitabilmente quella spolverata di non detto, di detto al contrario, di retorica sballata che è proprio  l’aspetto con cui si rende odioso Pasolini agli occhi di alcuni (non come persona, della qual cosa non è lecito sindacare, ma come tipo di intellettuale. E lo fa involontariamente: questo è il punto grave. Se si rendesse urtante di proposito, sarebbe in gamba in un vezzo raffinato dell’arte, e non incapace di perseguire – con tutti – il suo vero intento). Monologhi in cui compare l’“io”, del tipo di “sapete, io sono una donna così/un uomo così”, “io devo fondare un partito” (Grillo), “io ne ho realizzate più di Napoleone” (Berlusconi), “io ho sempre cucinato per la famiglia ed è una vita che mi alzo alle 5”, hanno tutti qualcosa di nevrotico oltre che di pesantemente gravoso sulla persona di chi ascolta.

Persone pesanti, per strada ed ovunque, quelle che parlano in prima persona ogni volta che aprono bocca. E quando si tratta di uomini o donne pubblici, la nevrosi privata si fa problema collettivo e rischia di esser ampliata dal consenso. “Eh, io sono un perdente, gente, perché sono onesto”. Ma a chi lo dice? Non forse alla stessa gente che dovrebbe decretare il supposto insuccesso? (In realtà imperituro successo). Retorica senza base, senza che si camuffino a dovere le falsità contenute in tre righe di trascrizione. Quasi il pubblico fosse sciocco. (Quasi).

Altra nevrosi diffusa, quella che potremmo chiamare “del peggior difetto”. Qual è il tuo peggior difetto? è la domanda da salotto più in voga. “Eh, io ne ho uno veramente enorme. Sono troppo sincero”, è la risposta più in voga. Nessuno mai che dica di esser prepotente, dipendere da droghe e non avere volontà sufficiente per uscirne, esser tanto vigliacco da non contraddire le persone, essere un assassino o nutrire istinti omicidi. No, noi tutti siamo troppo sinceri, “troppo onesti, ed oggi è un difetto imperdonabile”, confessiamo con aria rammaricata che “ci affezioniamo troppo alle persone, anche perché siamo troppo fedeli”. Ma la domanda non se la fa nessuno? Il sacco dei vizi capitali dove è stato svuotato, se nessuno ne ha?

E poi, la perla. “Il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa – perché ho la grave colpa di preferire perdere che esser spietato -, di considerarla quasi una virtù”. Captatio benevolentiae che nemmeno Cicerone, ma un po’ troppo evidente perché l’ascoltatore non si debba considerare preso per idiota. Non la racconta al contrario, no? Non si aspetta di esser acclamato proprio in ragione del suo annichilirsi sotto i colpi di indomiti nemici che lo vorrebbero disonesto. E’ molto imbarazzato, nell’aver confessato cose che solo un grande uomo avrebbe il coraggio di ammettere pubblicamente.

Ultima annotazione. Le contraddizioni. Dove collocare infatti nel Pasolini-pensiero, alla luce delle dichiarazioni analizzate fin qui, discorsi come quello fatto in tv  20 dicembre 1969? Vediamolo. “La serietà! Dio mio la serietà! Ma la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre: è uno dei canoni di condotta, anzi, il primo canone, della piccola borghesia! Come ci si può vantare della propria serietà? Seri bisogna esserlo, non dirlo, e magari neanche sembrarlo! Seri si è o non si è: quando la serietà viene enunciata diventa ricatto e terrorismo!”.

Dobbiamo dunque pensare che ci siano due differenti parametri e misure? Che, cioè, la lealtà, la mancanza di spietatezza citate più sopra, siano doti che si possano anche dichiarare (purché contrabbandate sotto forma di vizi o colpe), mentre la serietà o la si ha o non la si ha, e se la si proclama è terrorismo?