Il centrosinistra e il grande bluff della carta d’intenti

“Noi democratici e progressisti ci riconosciamo nella Costituzione repubblicana”: è questo l’incipit della Carta d’intenti firmata a metà ottobre da Pd, Sel e Psi nel bel mezzo della campagna elettorale per le primarie di centrosinistra. Un documento complesso per sua stessa natura, chiamato a portare a termine una missione impossibile: quella di trovare i punti di raccordo tra le proposte di schieramenti diversi, ai quali i candidati alle consultazioni dovranno in qualche modo rifarsi. La distanza che intercorre tra Nichi Vendola e Matteo Renzi può aiutare a capire quanto l’operazione sia stata faticosa e abbia impegnato gli estensori del testo in acrobatiche indicazioni. Eppure quel documento esiste e si compone di sette pagine gonfie di “buoni propositi” (tendenti il più possibile all’indefinito), da propinare a una platea di elettori tutt’altro che incantati. Simpatizzanti e militanti in grado di decodificare la reale natura dell’iniziativa e di smascherare il bluff di un’intesa che non c’è, ma va comunque smerciata.

Cosa lega Pier Luigi Bersani a Laura Puppato? E cosa Matteo Renzi a Nichi Vendola? Non vogliamo qui sostenere il falso, ovvero che tra i candidati alle primarie di centrosinistra non esista alcun punto di contatto, ma semplicemente segnalare come la carta d’intenti nella quale si è tentato di “inglobare” tutti loro (fatta eccezione per Bruno Tabacci il cui partito non l’ha di fatto votata) rappresenti soprattutto un’operazione di marketing mediatico. Una “bandierina” da sventolare per tranquillizzare gli elettori, facendo credere loro che – nonostante le storie e le esperienze diverse – saranno comunque in grado di collaborare e di governare insieme il Paese.

Scorrendo la carta, ci si imbatte in passaggi ai limiti del naif, come quello in cui democratici e progressisti sottolineano: “Non c’è futuro per l’Italia se non dentro la ripresa e il rilancio del progetto europeo”. Ma a “spiazzare” di più è il capitolo dedicato alla democrazia, in cui si promette “una lotta decisa all’evasione fiscale, il rafforzamento della normativa contro la corruzione e un sostegno concreto agli amministratori impegnati contro mafie e criminalità”. E poi l’aiuto ai disabili, ai giovani e alle donne lavoratrici, gli investimenti sulla ricerca, la difesa dei beni comuni e il contrasto verso ogni forma di violenza contro le donne.

Una sequela di promesse fumose (accompagnate qua e là da punti più circostanziati in cui è possibile riconoscere il “condizionamento” di questo o quell’altro partito), che induce a rivolgere ad almeno 4 dei 5 contendenti alle primarie (quelli che s’impegnano a partire dal “gassoso” documento) una semplice domanda: non sarebbe stato più decoroso evitare una simile operazione e riconoscere le fisiologiche differenze che vi separano? Nascondersi dietro slogan vuoti e approssimativi non rischia di esasperare la disaffezione montante? A noi sembra che la carta d’intenti avrebbe potuto limitarsi a un unico punto conclusivo, quello in cui ci si inoltra finalmente nel terreno della realpolitik annunciando che, in caso di controversie (ed è facile immaginare che ce ne saranno), una votazione a maggioranza qualificata tenterà di trovare la quadra. Poco accattivante forse, ma sicuramente credibile.