Legge elettorale: l’accordo è lontano

L’intesa sulla legge elettorale non c’è  e appare quanto mai difficile da raggiungere. All’indomani della proposta avanzata da Lega, Pdl e Udc, e approvata in commissione Affari costituzionali del Senato, di alzare al 42,5% la soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza, nel Pd è tutto un rincorrersi di borbottii e lamentazioni, con i “big” impegnati a promettere battaglia agli avversari.

La controproposta del Pd – A parole vogliono cambiarla tutti, ma sui modi le posizioni appaiono inconciliabili. La legge elettorale rischia di “terremotare” ulteriormente il sistema politico nazionale snudandone tatticismi e convenienze destinati a incrementare la disaffezione degli elettori. Ieri il Pd ha tentato di gettare un ponte avanzando una controproposta: quella di abbassare al 40% la soglia per il premio di maggioranza. Non solo: nel caso in cui nessuna coalizione riuscisse comunque a raggiungere la percentuale indicata, i democratici hanno chiesto di concedere una sorta di premio di consolazione, pari al 10%, al partito più votato.

Casini e Bersani contro – Le discussioni in commissione Affari costituzionali – con il blocco costituito da Pdl, Lega e Udc da una parte  e Pd e Idv dall’altra – riprenderanno la prossima settimana, ma la questione rimane al centro del dibattito nazionale. Con i leader impegnati a dare prova di “machismo” politico. “Vogliamo lasciare una legge elettorale che permette a Bersani e Vendola di raggiungere il 55% dei seggi con il 30% dei voti? – ha domandato ieri Pier Ferdinando Casini – Chi vuole questo, alzi la mano. Io non lo voglio”. Versione sconfessata dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “Non può essere accettata una legge elettorale che certifica in partenza l’ingovernabilità ha tagliato corto il democratico – Non è un problema del Pd, ma dell’Italia”.

L’avvertimento di D’Alema – Nel mare magnum delle “bordate” lanciate dall’uno o dall’altro fronte, a emergere sono state le parole di Massimo D’Alema: “Se non si raddrizza la situazione – ha annunciato minaccioso l’ex premier – vuol dire che voteremo con il sistema attuale. Non credano di cambiarlo così con un colpo di mano”. Parole che sembrano spianare la strada al finale più probabile (e meno auspicabile): la sopravvivenza di quel Porcellum che continuerà a privare gli elettori del diritto di scegliere i loro rappresentanti.