Recensione Io e Te di Bertolucci: sì, ci salverà

Io e Te, l’abbiamo atteso per anni questo ritorno dietro la macchina da presa di un cineasta della statura di Bernardo Bertolucci e il maestro è tornato a salvarci tutti. Tratto da un’opera di Niccolò Ammanniti, il quale è stato convocato nel team di sceneggiatori, in questo film, molto obiettivamente, la storia conta poco o nulla. Per fortuna, in caso contrario il cinema non avrebbe senso di esistere se bastasse la letteratura a fare tutto; eccolo Bertolucci che prende la bacchetta e organizza la sinfonia, non la senti neppure più dopo soli cinque minuti la trama che odora di cliché. Un quattordicenne vagamente compulsivo con grossi problemi di socializzazione abbraccia la solitudine della sorellastra tossica ma piena di vita.

Una bella casa ed una cantina sudicia che diventa luogo di redenzione per i due protagonisti della pellicola; una sorta di Metropolis al contrario dove è il sottosuolo il luogo adibito alla purezza, volontariamente in contrasto con la polvere e la sporcizia del luogo abitato. A raccontarlo così suona proprio male, invece è un film coraggioso che riesce ad accarezzare un disagio banale ma esistente, coriaceo e divorante che non può essere etichettato solo con il termine “adolescenza”. Ed è lo sguardo benevolo e giustificativo con il quale Bertolucci segue i suoi “ragazzi” che, per primo, delinea la cura per gli atavici dolori.

Una sorta di mantello amorevole che si stende sui due miseri figli di un padre bastardo, che si leccano reciprocamente le ferite. Bertolucci crea un’intensa tensione, anche e soprattutto sessuale, ci si aspetta l’incesto e si è pronti a giustificarlo a causa di quella dannata solitudine e di quel dolore opprimente che pare soffocare il petto dei due giovani. E questo è un miracolo, lo spettatore comprenderebbe senza disgusto l’incesto, in quanto gli è stato tratteggiato troppo precisamente e senza giudizio quel senso di smarrimento disperato. Magnifici i due attori protagonisti (Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco), in un crescendo di sintonia che scoppia sulle note di Space Oddity, ecco diciamo che fra Cure, Muse e Bowie, Bertolucci è andato davvero sul sicuro…ci sono rapidissimi istanti di poesia che sono sciabolate di piacere intenso.

Non è tanto “cosa”, bensì “come” lo si fa…la cosa più difficile del mondo è far passare in modo tanto cristallino un concetto che neppure l’essere più affezionato alla demagogia spiccia potrebbe accettare senza colpo ferire. Invece Bertolucci ci caccia in gola questa medicina ricordandoci che sta nell’amore, quello fatto di cure, protezione, piccole follie e grande dedizione, la salvezza dei nostri mali. Pare retorico, ovvio, per questo bisogna andare a vedere Io e Te…se bastasse scriverlo non servirebbe Bertolucci e tutte le sue incantevoli magie.