Philip Roth dice addio alla letteratura: “Scrivere di nuovo è impossibile”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:23

La confessione di Philip Roth risale a un mese fa, ma  la notizia è balzata alle cronache solo oggi. “Ho smesso di scrivere. ‘Nemesis’ sarà il mio ultimo libro“, aveva dichiarato l’autore di “Pastorale americana” lo scorso ottobre ai microfoni della rivista francese Les Inrocks. La cosa era passata più o meno inosservata, ma oggi è arrivata la bomba: “Roth mi ha detto che è vero“, ha dichiarato Lori Glazer, portavoce e presidente della Houghton and Mifflin, casa editrice dello scrittore americano. Solo dopo questa conferma, le testate di tutto il mondo hanno dedicato i loro caratteri cubitali all’autore americano. E con buona ragione, visto che stiamo parlando di uno dei più grandi scrittori viventi: vincitore del Premio Pulitzer, di due National Award e più volte considerato come papabile vincitore del Nobel per la letteratura, Roth è l’unico scrittore americano vivente la cui intera opera è pubblicata dalla Library of America.

Provocatore sin dagli esordi – Ebreo del New Jersey, Roth ha sempre incentrato molto dei suoi romanzi sul racconto folle e disincantato dell’America di oggi, specialmente dal punto di vista della sua etnia di origine. Sfrontato, sfacciato, politicamente scorretto sin da quel “Goodbye Columbus”, che segnò il suo esordio nel 1959, e poi soprattutto da quello scabroso “Lamento di Portnoy” del 1969, pieno di esplicite allusioni sessuali, che scandalizzò i benpensanti e lo lanciò nell’olimpo degli scrittori di successo. Tra i suoi oltre 25 romanzi, brilla come un astro splendente “Pastorale Americana”, a detta di molti il suo capolavoro: il libro, che si aggiudicò il Pulitzer nel 1998, racconta come pochi altri romanzi statunitensi il declino di un’intera società, il triste crollo del “Sogno americano”; ma soprattutto racconta l’incubo universale di una felicità che, per quanto la si cerchi di raggiungere, resta cieca e sfuggente, capricciosa, libera di decidere chi avvolgere e chi ignorare, fregandosene del denaro, del successo, e di tutte quelle condizioni materiali di vita che hanno contribuito a costruire l’illusorio mito americano.

“Scrivere di nuovo è impossibile” – Dall’età di 74 anni Roth aveva cominciato a rileggere tutti i suoi capolavori preferiti (Hemingway, Turgenev e altri) e poi i suoi romanzi a ritroso: “Volevo vedere se avevo sprecato tempo – ha dichiarato lo scrittore a Les Inrocks -. Ho dedicato tutta la mia vita a scrivere sacrificando tutto il resto. Ora basta. L’idea di cercare di scrivere di nuovo è impossibile“. Per fortuna, la conclusione da lui tratta sul suo lavoro non è un virgiliano rinnegamento: “Alla fin della vita il pugile Joe Louis l’aveva detto: Ho fatto il meglio che potevo. Avrei detto lo stesso del mio lavoro. Ho fatto anch’io del mio meglio“. Sì, l’ha fatto. Raccontando senza pietà né commiserazioni la miseria non solo di una società, ma dell’essere ontologicamente e ineluttabilmente uomini, figli di questo marcio mondo.