Quarto Grado, il caso Gambirasio e l’arresto di Fikri (FOTO)

Nella puntata di venerdì 16 novembre Quarto Grado è tornato ad occuparsi del mistero della morte di Yara Gambirasio. Mentre continuano le ricerche di Ignoto 1, il cui DNA è stato ritrovato sul corpo della piccola di Brembate, si ritorna a parlare di Mohamed Fikri e del suo arresto avvenuto in acque internazionali la notte del 4 dicembre 2010. Tanti gli elementi che riconducono al cantiere di Mapello, dal fiuto dei cani alle polveri e microsfere di ferro, cromo e nichel, trovate nei polmoni e sugli abiti della ragazza. Ciò riconduce ad ambienti legati all’edilizia, e proprio il più vicino ai luoghi frequentati da Yara risulta essere il cantiere di Mapello, dove ora sorge un centro commerciale. Tali elementi, in concomitanza con le intercettazioni telefoniche del marocchino, le cui traduzioni sono state sottoposte a riesame, portarono all’arresto di Fikri nel dicembre 2010.

A distanza di quasi due anni, in esclusiva a Quarto Grado, spuntano le immagini inedite di quell’arresto, avvenuto su una nave salpata da Genova e diretta a Tangeri. Sabrina Scampini spiega infatti che entro le 12 miglia, le cosiddette “acque territoriali”, un sospettato può essere arrestato e sottoposto alla giurisdizione nazionale. Fikri rimase in carcere soltanto per 2 giorni, poi venne rilasciato. In un intervista al settimanale “Oggi”, il marocchino ha nei giorni scorsi raccontato attimo per attimo i momenti di quell’arresto:

“Mi hanno messo un cappuccio nero in testa e mi hanno portato a riva. Non vedevo niente, ero terrorizzato. A terra qualcuno ha sollevato il cappuccio e mi ha fissato. “È lui”, ha detto e ha riabbassato il cappuccio. Mi hanno caricato su un’auto e per tutto il viaggio mi hanno trattato da assassino. Andavano a 220 all’ora, anche di più. A mezzanotte eravamo a Bergamo, hanno cominciato a far domande, poi con 6 gradi sotto zero, sulle scale davanti al cortile della caserma mi hanno fatto spogliare. Ho tolto tutto, slip, calzini e sono rimasto nudo. Insistevano “confessa, Benozzo (il datore di lavoro, ndr) ha detto che sei stato tu!”. Ho preso un ceffone e un calcio sulla tibia, poi mi hanno portato in carcere”