Tra Bersani e Renzi la differenza sta nel romanzo

Le primarie del centro sinistra sono finite e forse è il momento di poter fare delle valutazioni a bocce ferme. Ha vinto Pierluigi Bersani con un consenso ampio, ha vinto però anche Matteo Renzi la cui spinta al rinnovamento ha incluso nel campo progressista migliaia di elettori che non si sentivano rappresentati dalla formula del buon padre di famiglia incarnata fin qui dal segretario dei democratici. Ora il punto è cercare di capire in che modo e quanto sono distanti i due universi emersi da questa consultazione elettorale. Noi crediamo che la grande differenza non stia nei contenuti ma nello stile linguistico che hanno usato i due politici per proporsi agli elettori. Intendiamoci, andando a dare una scorsa ai programmi presentati si possono facilmente avvertire delle differenze, che però alla prova dei fatti dubitiamo siano emerse chiaramente nella testa degli elettori. Alzi la mano chi sa di cosa parla Renzi quando parla di flexsecurity riguardo il mercato del lavoro. Alzi la mano chi ha capito la posizione di Bersani sulla politica estera e in cosa diverge con quella del suo sfidante.

Questione di stile. Le mani alzate crediamo siano ben poche. Eppure il duello è stato avvertito da tutti come vivo, reale, aspro anche in certi passaggi. Ma allora qual’è la reale differenza tra il segretario e il sindaco? E’ una differenza stilistica. Crediamo di poterla semplificare con questa formula. Da una parte Bersani incarna il grande romanzo ottocentesco, alla Balzac, uno stile sobrio, un’attenzione maniacale a dire tutte le parole necessarie, un ritmo lento e solenne. Sentendolo parlare si ha immediatamente l’impressione di una narrazione dall’alto, onniscente. Al contrario Renzi potrebbe essere paragonato al nuovo romanzo americano. Uno stile diretto, che usa spesso il libero indiretto, parole prese dal linguaggio parlato, dialoghi serrati, un senso di freschezza che costringe ad una lettura veloce, magari più superficiale, ma appassionante. Bersani ha il sapore delle storie che restano, che forse non leggerai mai ma sono lì, che fanno parte del tuo immaginario collettivo. Renzi è il libro che sei contento di leggere mentre sei su un treno, un viaggio lanciato nel futuro di cui magari ti scorderai una volta chiusa l’ultima pagina ma nel qui e ora senti come un pezzo di te. In questo senso la differenza è difficilmente riducibile, o forse no. Magari anche nella politica italiana arriverà un Jonathan Franzen, un Philip Roth che sarà capace di restituire alla tradizione il sapore della novità.