La Apple vuole produrre negli Stati Uniti, ma sarà come in Cina?

La Apple vuole tornare a casa. Ad annunciarlo è stato Tim Cook, l’amministratore delegato dell’azienda della mela, al quale il “made in Usa” sembra interessare parecchio. Ma è veramente così? Sicuramente se lo stanno chiedono in molti e ci sono delle risposte più o meno prevedibili a questo dilemma.

Non stanno tutti bene – Attualmente circa 60,400 dipendenti lavorano per il colosso di Cupertino, anche se le persone impiegate nell’intero processo di produzione sono circa 700 mila. Buona parte di queste lavorano per la Foxconn, una delle aziende cinesi che sfornano componenti per i dispositivi Apple. Proprio questo gigante asiatico, che da solo vanta 1 milione di dipendenti, è stato ripetutamente sotto l’attacco mediatico per le condizioni di lavoro disumane offerte nei suoi stabilimenti. Mentre denunce di vario genere sono partite per la situazione di scarsa sicurezza presente nelle fabbriche, nel 2010 la lente d’ingrandimento si era spostata sulla Foxconn in seguito dell’alto numero di suicidi registrati tra i suoi dipendenti. A Fxconn City, la patria di questa società operaia quasi indipendente, erano state installate reti sopra le strade, tra un palazzo e l’altro, proprio per impedire che i dipendenti tentassero il suicidio.

I costi dell’iphone – Di recente dall’azienda cinese sono arrivati ancora dati preoccupanti. Secondo quanto riferito allo Shangai Daily da una studentessa che lavorava all’interno dell’azienda nella città di Huai’an, gli operai erano costretti a lavorare 12 ore al giorno, per 6 giorni alla settimana, con una paga di soli 193 euro al mese. Inoltre molte scuole locali avrebbero concluso con la Foxconn accordi per assumere centinaia di studenti come stagisti e quando qualcuno si opponeva a questa decisione sarebbero partite delle punizioni. Era una delle catene di montaggio dell’iphone 5.

Perché gli Stati Uniti – Per questo la scelta di spostare gran parte della produzione di dispositivi Apple negli Stati Uniti fa arricciare il naso a chi segue queste vicende. I lavoratori americani dovranno accettare le stesse condizioni a cui i loro colleghi cinesi sono costretti a sottostare? Molto probabilmente no e qui viene svelata la mossa del quartier generale di Cupertino. Dopo anni di diffamanti accuse c’è la volontà di migliorare l’immagine della società, prima che la situazione diventi ingestibile. E questo anche a causa di recenti indagini, che dimostrano che l’azienda paga poco al fisco americano, se confrontato al volume dei suoi affari e ai versamenti che provengono dai suoi avversari, come Microsoft. Così solo una parte trascurabile della produzione potrebbe venire deviata in Nord America, mentre gli operai cinesi della Foxconn continuerebbero a maneggiare dispositivi da 900 dollari, trattandoli con agenti chimici pericolosi per la salute, senza avere le adeguate protezioni. Inoltre, la decisione della Apple, sarebbe stata pubblicata anche per rispettare un trend che sta coinvolgendo molte altre aziende americane. Si calcola infatti che circa il 40% delle maggiori compagnie degli Stati Uniti cercherà di tornare in patri nei prossimi anni, dato l’abbassamento dei salari e l’aumento della disoccupazione interni e la necessità di mostrarsi al mondo in una gara di filantropia, che a questo punto sembra anche un po’ fuori luogo.