Un 2012 di monaci tibetani arsi vivi: picchiati dalla polizia mentre bruciano

Il Tibet brucia? Non proprio, sono i tibetani ad auto immolarsi dandosi fuoco da vivi al fine di attirare, disperatamente, l’attenzione del mondo sulla situazione che li affligge. Pratica barbara? Certo che sì, ma ci sono volute 81 pire umane di giovani monaci e cittadini nel 2012 per fare in modo che il mondo, e soprattutto l’informazione pubblica, iniziasse ad occuparsi, ancora in modo totalmente inadeguato, di questa tragica situazione. Proviamo a spiegarvi cosa sta accadendo puntualizzando, per dovere di cronaca, che il regime cinese sta occultando gli accadimenti: a fronte di ciò risulta impossibile restituire un’esaustiva fotografia della situazione. Al fine di proseguire questa politica di isolamento la Cina ha sequestrato gli apparecchi televisivi presso i monasteri tibetani, rei di trasmettere programmi «anti-cinesi» che indurrebbero alle auto immolazioni, smantellate anche le apparecchiature di trasmissione satellitare.

I tibetani continuano, stoicamente, con le misere armi che posseggono, ovvero morire in modo atroce allo scopo di aprire gli occhi al mondo, ad opporsi alla dittatura cinese che non rappresenta in alcun modo la loro cultura né, tantomeno, il modo in cui essi desiderano vivere. Libertà contro dittatura; 5 milioni di tibetani contro quasi un miliardo e 300.000 cinesi: Davide contro Golia, non mollano e bruciano piuttosto che piegarsi all’occupazione mandarina che ha imposto l’esilio di moltissimi loro fratelli, fra i quali la loro guida spirituale il Dalai Lama. Pechino ha rafforzato le “misure di sicurezza” nella contea di Rebgong che ospita il monastero simbolo di Rongwo mediante copiosi posti di controllo per tenere lontani i turisti. Migliaia di paramilitari perlustrano strade ed edifici religiosi senza contare l’isolamento stradale, telefonico e telematico di intere zone tibetane.

Poche storie ci arrivano, noi vi raccontiamo quella di Choepel e Khayang, 18 e 19 anni, ex monaci nel monastero di Kirti a Ngaba, che negli ultimi tre anni è stato il centro della protesta contro il governo cinese; i due sono arsi vivi, testimoni oculari hanno asserito che i giovani bruciavano “con le mani giunte in preghiera, entrambi gridavano slogan anti cinesi, inneggiando alla libertà del Tibet e al ritorno del Dalai Lama a Lhasa”. Le testimonianze in questione raccontano di un cruento intervento: “Il personale di sicurezza cinese è arrivato sul posto e ha cominciato a picchiare indiscriminatamente i due, mentre cercava di domare le fiamme”. Uno dei due ragazzi è morto dopo circa mezz’ora mentre l’altro è stato prelevato dalle forze armate cinesi ed è sparito. Perché coloro i quali scampano alle fiamme spariscono nel nulla, di loro non si sa più niente. La versione dei fatti riportata dal quotidiano China Daily è totalmente differente rispetto a quella dei testimoni oculari “Due tibetani si sono lievemente feriti in un tentativo di auto immolazione […]. Sono stati immediatamente soccorsi e sono in cura nell’ospedale del posto. Le ferite non erano gravi. La polizia sta investigando sui motivi della loro auto immolazione”.

Parallelamente le autorità pechinesi hanno iniziato una compagna che incolpa i monaci tibetani: considerati sovversivi e colpevoli di indurre i giovani al suicidio per semplice fanatismo. Celandosi sotto l’egida di questo capo d’accusa vengono effettuati, sistematicamente in territorio tibetano, arresti e rastrellamenti del tutto arbitrari; i cinesi si stanno inoltre spendendo al fine di rieducare, attraverso programmi di sei mesi intensivi, le menti tibetane. Sia chiaro che tutto ciò è soltanto la punta di un iceberg di proporzioni e forme inquietanti; un mastodontico schiaffo alla libertà e ai diritti civili. Il 2012 è stato anche questo.
photo credit: Vincepal via photopin cc