Kurt Cobain e Roma: dove i Nirvana ripartirono, dove i Nirvana finirono

I Nirvana hanno suonato solo due volte a Roma, eppure il legame tra la Città Eterna e Kurt Cobain è stato forte e allo stesso tempo traumatico. A raccontarlo è Bruce Pavitt, produttore della band sin dai suoi esordi, che nel libro “Experiencing Nirvana” (diario fotografico del primo tour europeo della band, in uscita a marzo) ha svelato dettagli sinora sconosciuti sulle due apparizioni dei Nirvana nella nostra capitale. Apparizioni decisive – sia in positivo che in negativo – , legate ai momenti cruciali della difficile storia della band. La prima apparizione di Cobain, Novoselic e Grohl a Roma risale al 1989, quando all’attivo avevano solo un album (“Bleach”) ed erano poco più che sconosciuti. La sera del 27 novembre 1989, al Piper, Cobain si esibì in una performance al limite: urlò, spaccò chitarra e microfono, minacciò di buttarsi giù dalle casse. Peggio: sciolse la band. Sì, i Nirvana si sciolsero per la prima volta a Roma.

Ma la stessa Roma è stata anche la città dove tutto è ripartito, il giorno dopo: è bastata una lunga passeggiata con Pavitt tra la Cappella Sistina, San Pietro e il Colosseo, per far cambiare idea a Cobain: “Kurt era un tipo ultrasensibile, introverso, e quel giorno fu speciale perché si aprì completamente – racconta Pavitt -. Era esausto e si rigenerò camminando fra le rovine. Lo convinsi che doveva riformare la band e proseguire il tour. Si rilassò e al Colosseo scherzammo immaginando il giorno il cui i Nirvana avrebbero riempito di pubblico un’arena simile. Alla fine Kurt comprò una chitarra nuova in un negozio in zona Monti e tutto ripartì da lì“.

A Roma i Nirvana ci tornarono cinque anni dopo, nel ’94, da star planetarie: il boom di “Nevermind” e la conferma di “In Utero” li avevano resi la rockband più famosa al mondo. Il tour mondiale li portò di nuovo in Europa – inclusa, ovviamente, la capitale italiana. Che però divenne tristemente nota in tutti i giornali del mondo, il 4 marzo 1994, come il luogo in cui era ricoverato Kurt Cobain: fu trovato nella stanza d’albergo, privo di conoscenza, dalla moglie Courtney Love, e immediatamente ricoverato in coma per overdose di barbiturici e alcol.

Dalla tv appresi che era in un ospedale romano ed io ebbi la sensazione di un déja vu – racconta Pavitt -. Sempre a Roma lo avevo visto crollare e in parte mi aspettavo che riaccadesse”. Poco più di un mese dopo, Cobain si tolse la vita con un colpo di fucile, divenendo suo malgrado il simbolo di una generazione disagiata e insoddisfatta, senza Santi né Dei. E alimentando il rimorso di Pavitt, che ripensando a quella prima, lunga passeggiata a Roma, ora confessa: “Quel novembre dell’ ’89 a Roma feci quello che ritenevo giusto per lui e lo convinsi a continuare la sua carriera. Ma, potessi tornare indietro, sceglierei di nascondere i Nirvana al mondo e gli farei quel benedetto biglietto aereo per tornare a casa“.

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