Chicago Underground e Alexander Hawkins, le due facce del jazz del Duemila

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:27

Serata all’insegna del jazz contemporaneo al Teatro Metastasio di Prato: lunedì 28 gennaio si sono esibiti sul palco il Chicago Underground Duo e l’Alexander Hawkins Ensemble, nell’ambito della XVIII edizione della rassegna Metastasio Jazz (e in collaborazione con Musicus Concentus e Network Sonoro).

La prima formazione, che vede Rob Mazurek alla cornetta e Chad Taylor a batteria e percussioni (ma entrambi impegnati anche con un arsenale elettronico di tutto rispetto), è una delle più rappresentative della moderna scena statunitense. Mazurek intrattiene un’impressionante mole di collaborazioni e progetti paralleli che vedono, tra l’altro, la sigla Chicago Underground variamente espansa come Trio o come Orchestra; ma il centro di gravità di questa attività multiforme è la collaborazione con Taylor, che sul palco del Metastasio si è manifestata in tre piece, per circa un’ora di spettacolo, che in buona parte rielaboravano materiale dell’ultimo lavoro “Age of Energy”. Nelle prime due, lunghe e dilatate, il duo ha meticolosamente costruito i suoi paesaggi sonori astratti: da un lato la cornetta di Mazurek, con ampio uso di sordina ed echi, capace di improvvisazioni descrittive – all’inseguimento del Miles Davis di “Bitches Brew” – ma anche di espressionistiche cascate free e reiterazioni minimaliste, e spesso deformata da effetti e risucchi digitali; dall’altro la batteria di Taylor, ora tribale e forsennata, ora funky, ora robotica, ora frammentata, in grado di far coesistere rituali arcaici e modernissima tensione urbana, spesso imbastendo contrappunti (o meglio, veri e propri corpo a corpo) con loop meccanici degni dei Kraftwerk e vortici di elettronica alla Stockhausen. Ma non sono mancati momenti più raccolti: la conclusione del primo brano – affidata in buona parte agli scampanellii esotici della mbira di Taylor, strumento a base di lamelle metalliche fatte vibrare con i pollici – e il terzo ed ultimo brano in scaletta, un nucleo tematico scomposto e ricomposto da Mazurek, con i battenti sommessi di Taylor a sottolineare l’atmosfera sospesa.

Complementare a quello del duo il linguaggio adottato dall‘Alexander Hawkins Ensemble, che prende il nome dal leader, giovane (31 anni) pianista oxoniense, di formazione organistica classica, il quale sta riscuotendo notevole successo critico (“All There, Ever Out”, secondo disco dell’ensemble, miglior disco jazz del 2012 per il Guardian) e vanta collaborazioni di enorme prestigio. Si è trattato dell’esordio assoluto in Italia di questo gruppo (la cui formazione è attualmente completata da Dylan Bates al violino, Neil Charles al contrabbasso, Otto Fischer alla chitarra elettrica, Shabaka Hutchings al clarinetto basso e Tom Skinner alla batteria), del cui materiale Hawkins è compositore. L’ensemble ha proposto cinque brani non ancora registrati su disco, presumibilmente destinati ad un prossimo terzo album: complesse strutture in cui l’improvvisazione collettiva si dispiega in maniera geometrica, memore al tempo stesso della classica contemporanea e del Braxton più cerebrale, senza che nessuno strumento prevalga per troppo tempo sugli altri, piuttosto creando una fitta intelaiatura che ingloba un clarinetto in perenne borbottio, un contrabbasso che passa da micidiale macchina ritmica ad artefice di ronzii subliminali, volteggi cristallini e grumi dissonanti di un pianoforte mai invadente. In tal modo l’ensemble è stato in grado di assemblare rumorismi (pizzicati di violino, arpeggi chitarristici stoppati, fruscii di piatti) sfociati in improvvisazione free, quanto di proporre un più deciso tema quasi blues condotto dal violino, sprofondato poi, tramite i fraseggi atonali di Hawkins, seguiti da progressioni di accordi sparsi, nel quasi-silenzio di sussurri di clarinetto e sfregamenti di violino e chitarra. Solo nella conclusione – una cover di “Prospectus” di Steve Lacy – il gruppo si è lasciato andare fino in fondo ad un’improvvisazione esuberante.

In conclusione, un susseguirsi di visioni sonore assolutamente intriganti, tenute insieme da un senso fortissimo di contemporaneità – “Suoni dal futuro”, il titolo di quest’edizione del Metastasio Jazz – e capaci di gettare luce su due facce della stessa medaglia: l’approccio più terrigno, materico e primitivo, ma comunque raffinato, del duo di Chicago, e la controllata astrazione, forse più europea nello spirito, dell’ensemble di Hawkins. E’ una nota di merito al Metastasio l’aver saputo coniugare due proposte ugualmente eccellenti, confermando l’ottimo livello della rassegna e della visione artistica che ne sta alla base.

Mattia Cavicchi