La sottaciuta lezione islandese: Far pagare la crisi a chi l’ha prodotta

Vuoi un po’ perché la Grecia fa paura, vuoi un po’ perché l’Islanda è fredda e lontana, quello che sta accadendo nell’isola a metà strada tra Groenlandia e Gran Bretagna resta un mistero per la maggior parte degli indebitati cittadini europei. Nel Paese in cui certo si sorride delle nostre emergenze neve, la figura prototipica del delinquente non è quella del ladro, né quella dello spacciatore. I nemici giurati del governo di Reykjavík sono i banchieri.

Numerosi quanto gli abitanti della provincia di Viterbo, i circa 325mila cittadini islandesi hanno dato una straordinaria prova di unità quando si è trattato di fare i conti nelle proprie tasche e con un sonoro 93 per cento dei voti si sono opposti in un referendum alla legge che prevedeva il risanamento del debito attraverso il pagamento di 3,5 miliardi di euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per  15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%, a tutto vantaggio dei risparmiatori stranieri (in gran parte inglesi e olandesi) che avevano investito i loro miglior quattrini negli istituti di credito collassati nel 2008, quando una politica sfrenata di indebitamento e le varie bolle speculative avevano portato il Paese in piena bancarotta con un crollo della moneta locale di circa il 37 per cento in un solo anno.

Posto in questi termini il caso islandese rende, dunque, conto di un Paese che ha deciso di non dissanguare i propri cittadini costringendoli a pagare i pesanti debiti fatti dalle banche. Ma c’è di più, molto di più. Ai risparmiatori stranieri non è neppure dato di inveire contro gli islandesi, i quali hanno legittimamente scelto di non pagare dazio per il default messo a segno da un pugno di banchieri loro connazionali, dal momento che la Corte dell’Efta (Associazione europea di libero scambio) ha sancito che l’Islanda non deve pagare un bel nulla agli sprovveduti olandesi e inglesi che avevano investito nei conti Icesave bruciati dopo il tracollo finanziario fatto registrare nel 2008 da alcuni istituti di credito dell’isola, tra cui la Landsbanki e la Glitnir Bank. A farsi carico degli ingenti risarcimenti saranno, al contrario, i rispettivi Paesi di appartenenza dei correntisti.

“La Direttiva Ue sulla garanzia dei depositi – si legge nella sentenza – non prevede l’obbligo per un Paese e le sue autorità di assicurare la compensazione se il sistema stesso di garanzie sui depositi non è in grado di ottemperare ai propri obblighi in caso di una crisi di sistema”. Un interessante  precedente nell’Europa della crisi, tanto significativo da meritare di non essere raccontato a dovere ai più diretti interessati: i cittadini greci, italiani, spagnoli (e via con il lungo elenco di nazionalità) che pagano le conseguenze di una crisi da loro non prodotta.

E nella fredda e lontana Islanda sicuramente si continua a ridere di gusto delle nostre mediterranee emergenze neve.