Marco Pantani, nove anni dopo

San Valentino 2004, 14 febbraio: in un anonimo residence Marco Pantani moriva per mano della cocaina, sfogo di un periodo difficilissimo della sua vita. Il Pirata, come il mondo intero lo conosceva, è stato l’ultimo ciclista a conquistare la doppietta Giro e Tour nel 1998 e, quantomeno per chi scrive, l’ultimo ciclista capace di emozionare lo spettatore, di portare davanti alla televisione milioni di appassionati e non per seguire le sue gesta epiche, aspettando quella bandana volare via e lui, sui pedali e mani sulla parte bassa del manubrio, salire verso la vetta vicina.

Quanto accanimento negli anni verso questo umile e timido campione. Non sta a noi, non sta ai giornali giudicare le sue colpe, se ve ne sono state. Quanta rabbia quando chi, fino al giorno prima ne avevo esaltato le gesta, si è scagliato contro di lui appellandolo “traditore” dopo quella fatidica tappa di Madonna di Campiglio. Quel “traditore” aveva bisogno di vicinanza, di rispetto e di aiuto.
Oggi la storia di Marco Pantani torna così attuale dopo che una serie di scandali legati al doping è emersa proprio in questi mesi. Anche Lance Armstrong, spesso così arrogante e che lo definì con poca eleganza “Elefantino”, ha dovuto confessare che per tutti questi anni ha ingannato il mondo del ciclismo.

Marco Pantani, utilizzato come perfetto Benjamin Malaussène del suo sport, non è riuscito a vincere la tappa più difficile della sua vita. Chi lo ha seguito, lo ha amato, ha tifato sulle strade per lui è rimasto con l’amaro in bocca, con la tristezza nel cuore e la consapevolezza di aver perso un grande campione.
Nove anni da quella tragica giornata, nove anni in cui nessun ciclista ha saputo regalarci emozioni pari a quelle che sapeva sprigionare lui. Ciao Marco. E grazie!