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La più grande bonifica d’Europa incomincia dall’Italia: opportunità o pericolo?

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Dal 1986, anno in cui l’Italia ha rinunciato al nucleare è in atto un processo di dismissione delle vecchie centrali. Mentre la Sogin, l’azienda a cui sono stati commissionati i costosi lavori di smantellamento procede con quella che è la più grande bonifica d’Europa, potrebbe anche nascere un nuovo comparto d’eccellenza per l’industria italiana.

Operazione lunga e costosa – Dopo la chiusura al nucleare in seguito al referendum del 1986 le centrali italiane erano state blindate all’interno di scatole di sicurezza, che rappresentavano però solo una soluzione transitoria. Dal 2008 è incominciata la fase due, con l’inizio del decommissioning e alla fine dei lavori verranno smontate quattro centrali e cinque impianti per la gestione del combustibile. Tra i quali il sito più grande d’Europa, la centrale di Caorso, vicino Piacenza. Si tratta di un’opera di bonifica ciclopica, per la pericolosità dei materiali che i tecnici della Sogin – la società controllata per il 100% dal Tesoro a cui è stato affidato l’incarico – dovranno maneggiare. Infatti le parti ferrose dei vecchi centri nucleari italiani contengono cesio 137 e cobalto 60, che emettono radiazioni gamma per 300-400 anni.

Il sito della discarica radioattiva italiana – Considerando che lo smantellamento solo delle turbine della centrale di Caorso aveva richiesto lo spostamento di 10 mila tonnellate di acciaio, come quello utilizzato per costruire la Torre Eiffel, si può comprendere  l’entità del problema. Oltre alla durata del processo, bisognerà infatti trovare un luogo adatto dove depositare i materiali contaminati, oltre a mettere in sicurezza le scorie radioattive di recente produzione, che vengono quotidianamente prodotti da ospedali e aziende italiane. A questo proposito l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale aspettano entro la fine del 2013 la designazione del sito dove sorgerà il deposito per i rifiuti radioattivi.

Per l’Italia un affare internazionale? – Negli ultimi anni lo smaltimento dei vecchi impianti nucleari ha richiesto ai cittadini una spesa annuale di circa 1,6o euro nella bolletta dell’energia elettrica (la voce A2) e verranno investiti nel processo 4 miliardi di euro. E da Sogin evidenziano che il precoce abbandono italiano potrebbe rappresentare un grande vantaggio, perché nel nostro paese si sono qualificate circa 320 aziende che potranno operare in un settore quasi inedito nel Vecchio Continente. Come spiega Giuseppe Nucci, amministratore delegato di Sogin, “in Europa ci sono 89 centrali vicine alla fine del loro ciclo di vita. 29 in Gran Bretagna, 27 in Germania e 12 in Francia. Si tratta di un mercato da 100 miliardi di euro nei prossimi vent’anni e 40mila posti di lavoro nei prossimi dieci. Per l’Italia, che ha competenze forti proprio in casa sua, è un’opportunità da cogliere”.

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