Lettera aperta a Beppe Grillo, da un giornalista precario alquanto confuso

Ciao Beppe,

sono Rocco, un giovane giornalista che prova a dirigire da qualche anno questa testata online.

Mi incuriosisce il tuo personaggio e mi incuriosiscono spesso le tue parole. Sei pieno di haters, posso non essere incuriosito?

Per esempio, mi incuriosisce quando – parlando di testate giornalistiche – dici: “vai a vedere quanto pagano i loro precari, i giornalisti: 5, 6, 10 euro ad articolo. E’ chiaro che un ragazzo che prende dieci euro ad articolo non va a controllare le fonti dei suoi articoli: fa un articolo, lo sbaglia, fa un altro contro-articolo, poi fa una smentita, fa tre articoli e porta a casa uno stipendio. E’ questa l’informazione“. E mi chiedo realmente di cosa ti crucci: del modus operandi dei giornalisti? Dell’informazione nell’era del giornalismo digitale? Del precariato nella categoria?

Premetto: da editore, ahimé, non ho mai visto un euro dallo stato (e credo che, così come me, non ricevano euro dallo Stato molte delle umili realtà che operano sul web e provano a fare libera informazione digitale). E mi permetto quindi di inserirmi in questa categoria di precari. Sono ancor più precario, probabilmente, legato come sono alle paturnie del mercato pubblicitario.

Ma non importa. Sono qui per capirti, Beppe. E ti faccio vedere che le critiche le ascolto e le fonti – sia pur da precario – provo a verificarle.

Decido di andare su ‘Google’ e di verificare cosa abbia detto sulla nostra categoria più in esteso. Cerco “giornalisti precari grillo”, per poter giungere alle tue affermazioni.

Trovo come terzo risultato un post che hai ospitato lo scorso settembre. Immagino possar riassumere il tuo pensiero, pur essendo a firma di un giornalista freelance (immagino precario).

Mi permetto di analizzarlo, giusto per capire meglio la sua (la tua?) posizione circa il giornalismo e in assoluto circa la categoria di cui provo a far parte. Parto dalla prima frase, ok? Quando leggi, qualsiasi cosa leggi, è quella che più attrae. Anche ora, con il mio “Ciao Beppe”, mi auguro di aver ottenuto la tua attenzione.

Si parte:
“Dove vanno a finire i soldi che lo Stato da ai giornali? Di sicuro non servono a pagare i giornalisti. Anzi. Perché in Italia tranne rare eccezioni fare il giornalista significa rassegnarsi ad una vita da precario”.

Dice il vero, siamo tutti abbastanza rassegnati ad una vita da precario. Ed è vero che anche voglio sapere “dove vanno a finire i soldi che lo Stato “dà” ai giornalisti”.

Proseguo il viaggio:
“Se c’è un microcosmo lavorativo che riassume tutti i difetti del sistema Italia è quello del giornalismo. E allora, dove finisce il finanziamento pubblico?”
Dove va questo dinero, mi chiedo anch’io?

“Nei mega stipendi a direttori, capiredattori, amministratori delegati e a tutte quelle penne illustri (?) che si ergono a guide morali che da anni non portano un straccio di notizia, ma commentano, avvertono, monitano”.
L’intellighenzia dei giornalisti è quella che gestisce i soldi, mi par proprio di intendere. Intellighenzia saccentella, mi pare anche. Ci si erge un po’ troppo sui pulpiti.

Ma andiamo avanti:
“Vi hanno detto che la libertà di stampa è minacciata dalla mafia, da Berlusconi, dalle mille leggi bavaglio. Minchiate. La libertà di stampa è minacciata dalla miseria in cui vivono e lavorano migliaia di giornalisti sfruttati: dagli editori, dai direttori e, infine, dai loro stessi colleghi assunti con contratto a tempo indeterminato che quando scioperano, protestano, denunciano è solo per i loro privilegi di giornalisti professionisti e assunti mentre gli altri muoiono di fame”.

Cosa saranno mai la mafia, Berlusconi in grassetto e le milleleggibavaglio per la libertà di stampa quando c’è di mezzo lo sfruttamento di migliaia di giornalisti? Giornalisti che si sfruttano a vicenda, mi pare per altro di capire. Una categoria che si cannibalizza. E con quali soldi lo fa?

Quindi, il buon giornalista freelance torna a parlare di soldi dello stato e – spericolato che altro non è – fa i nomi di tre testate grandi ed una a me ignota in relazione alle cifre che ricevono da noi contribuenti e alle retribuzioni dei loro giornalisti. Soldoni e la fame, rispettivamente.

E, ancora, scende in dettagli tecnici – che vi eviterò, la fonte è linkata ad inizio articolo – inerenti contributi versati dai giornalisti e trattamenti da “paiura” per i giornalisti di Serie A. Ho le idee ancor più confuso (ho solo capito di non fare parte della Serie A) ma proseguo.

“Tutti gli altri vivono nel far west, perché la loro posizione non è disciplinata da nulla. E si tratta della stragrande maggioranza dei giornalisti della carta stampata – da Repubblica fino al più piccolo foglio di provincia: precari, sottopagati, sfruttati, senza copertura legale, senza ferie, senza nulla. È questa moltitudine, oltre il 70% degli iscritti all’Ordine, che permette ai giornali cartacei e on-line, alle agenzie di stampa di produrre notizie 24 ore al giorno. Senza di loro le pagine bianche sarebbero molte di più di quelle scritte”.

Non colgo quale sia l’accusa mossa verso questo 70% degli iscritti all’Ordine (e men che meno riesco a capire se anche io vivo nel far west, non scrivendo per il cartaceo), ma vado oltre ché il giornalista freelance torna finalmente al nocciolo della questione: il problema sono i soldi dei contribuenti e frattanto una dichiarzione della Fornero.
“La carta stampata riceve centinaia di milioni di euro di contributi dallo Stato ogni anno, ma lo Stato non chiede agli editori in cambio di garantire compensi minimi e tutele contrattuali ai collaboratori. Poi arriva la Fornero, ministro al Lavoro (nero) e di fronte alla più elementare delle proposte di legge sull’equo compenso ai giornalisti precari dice: “Non mi sembra opportuno”. Della serie siete precari, non siete figli di papà (giornalista), e allora morite”.

Pur non trovando un immediato collegamento precariato – morte, vengo costretto ad intenderlo col più drammatico degli esempi:
“E qualcuno c’è anche morto, stufo di subire. Come Pierpaolo Faggiano, collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno, che nel giugno 2011 si è tolto la vita: non sopportava più, a quarantuno anni, di vivere da precario”.

Tengo per me, caro Beppe, cosa penso di chi specula sulle morti, e arriviamo alle conclusioni di questo illuminante articolo che hai avuto modo di ospitare:

“Il potere, di qualsiasi colore, non ama i giornalisti e in Italia per disinnescare il problema è stato consentito che diventare giornalisti, essere assunti, sia un privilegio di pochi, così che la stampa diventi il cagnolino del regime e non il guardiano. Assumere il figlio del giornalista è come candidare il Trota, sangue vecchio sostituisce altro sangue vecchio. Altro che bavaglio. Provate voi ad essere liberi a 5 euro a pezzo (lordi)”.

Detto che trovo simpatica la figura del cagnolino del regime (quasi tre anni fa io stesso parlavo di giornalisti barboncino): si può credere davvero che noi precari, noi da 5 euro – se va bene – a pezzo si rappresenti il pericolo per la libera informazione? E ciò che pensi tu, Beppe?

E cosa ci proponi di fare, oltre a tagliare i finanziamenti pubblici? Ed io – giornalista cui lo Stato non ha mai dato nemmeno un euro – cosa dovrei fare? Sono colpevole, non lo sono? Sono schiavo, sono libero?