“The dark side of the moon” compie 40 anni dalla sua uscita

Era il 1° marzo 1973: un giorno come tanti, in teoria, e il mondo del rock non sapeva cosa stava per succedere. Un ciclone destinato a scuotere dalle fondamenta la musica contemporanea, targato Pink Floyd, e che aveva (e ha tuttora) il nome di “The dark side of the moon”, uscì per la prima volta sugli scaffali dei negozi di dischi. Un concept album, l’ottavo in studio della band britannica, con uno scopo ambizioso ma preciso: mettere in note e suoni paure, ansie e schizofrenie dell’uomo contemporaneo. “‘The Dark Side of the Moon’ era un’espressione di carattere politico, filosofico e umanitario che doveva essere comunicata“, dichiarò in un’intervista Roger Waters, bassista della band e deus-ex-machina di quello che si è rivelato uno degli seminali del ‘900. Pur consapevoli del buon lavoro svolto, i membri della band hanno sottolineato più volte in seguito come il successo sia arrivato improvviso e travolgente, oltre ogni loro più rosea aspettativa.

Quarant’anni dopo, il bilancio è netto e indiscutibile: “The dark side of the Moon” è uno degli album più venduti della storia del rock, con oltre 50 milioni di copie all’attivo. Da lì è nato il mito dei Pink Floyd, band orfana del suo creatore – il “cappellaio matto” Syd barrett – che paradossalmente con la sua uscita (dovuta a problemi di mente, legati all’eccessivo uso di allucinogeni) ha trovato un nuovo e più profondo equilibrio. In primis, nella brillante coppia compositiva Waters-Gilmour (davvero poco o nulla da invidiare a Lennon-McCartney e Jagger Richards), poi nell’equilibrata armonia dell’insieme, con le morbide e raffinate tastiere di Richard Wright e il multiforme rullìo percussivo di Nick Mason. Senza contare l’exploit di Alan Parson, ingegnere e tecnico del suono che da quel dì ebbe una meritata carriera di successo (anche come cantante, negli anni ’80, con gli Alan Parson’s Project).

Follia, alienazione, morte, denaro, l’incessante e impietoso scorrere del tempo: in “The dark side of the Moon” c’è tutto questo e anche di più, legato in un continuum ispirato, melodico (per i Pink Floyd, mai come prima in quest’album) e armonico che ha conquistato sterminate platee di ascoltatori delle estrazioni più diverse. E poco importa se ci sono ritmi irregolari (il celebre 7/4 di “Money”), cantati senza testo (l’indimenticabile voce di Clare Torry in “The great Gig in the Sky”) e altre amenità meno comuni per il grande pubblico: il lato oscuro della luna è riuscito a catturare tutti, colti, ignoranti, musicofili, ascoltatori occasionali. E la sua grandezza, forse, è proprio questa.