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Rivoluzione Civile: Ingroia e De Magistris verso il divorzio

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Rivoluzione Civile è viva o morta? A separare i destini politici (e forse anche umani) di Antonio Ingroia e Luigi De Magistris è stato il risultato elettorale – non proprio entusiasmante – incassato dal movimento tenuto a battesimo dai due ex togati. Qualche giorno fa, il sindaco di Napoli ha consegnato al Fatto Quotidiano il suo commento sul flop alle urne profetizzando la morte dell'”esperimento rivoluzionario”. Una previsione che ha fatto spazientire Ingroia: A chi, come De Magistris, sostiene che Rivoluzione Civile sia finita – ha replicato oggi in un tweet – rispondo che le nostre strade da oggi si separano. Noi andiamo avanti”. 

La versione di Luigi – “Penso che convenga a tutti avere un personaggio del calibro di Antonio Ingroia impegnato in politica”. A dichiararlo qualche giorno fa, in un’intervista concessa al Fatto Quotidiano, è stato Luigi De Magistris. Il sindaco di Napoli, che ha sostenuto dall’esterno l’avventura elettorale di Rivoluzione Civile, non ha però lesinato critiche all’indomani del deludente risultato elettorale. “Sono convinto che per ricostruire il movimento – ha spiegato – dobbiamo recuperare le idee originarie, che sono state poi inquinate da scarso coraggio e sbagli palesi, come quello di includere vecchi partiti invece di puntare solo su nomi nuovi della società civile”. “Io ho espresso mesi fa, in cabina di regia, il mio parere sulla candidatura di politici navigati – ha aggiunto l’ex togato – Alla fine la scelta è stata di Ingroia”.

C’eravamo tanto amati – Uno “scaricabarili” che ha fatto rabbuiare l’amico Antonio: “In queste settimane – ha replicato il leader di Rivoluzione Civile dalle colonne del solito Fatto Quotidiano – ho capito che in politica lealtà e amicizia non sempre reggono”. “De Magistris è criticato dai cittadini napoletani – ha osservato piccato l’ex procuratore aggiunto di Palermo – e mi rendo conto che voglia proteggersi dall’effetto della sconfitta, anche se ne è corresponsabile. Ma non è simpatico condividere delle scelte e poi attribuirle agli altri – ha rincarato Ingroia – Lui era d’accordo su tutte le principali decisioni prese e, se non fosse stato d’accordo, aveva tutto il tempo per ritirarsi. Se ammettiamo la sua buona fede, allora significa che ha un ricordo non proprio preciso di come sono andate le cose”. Un “C’eravamo tanto amati” su cui scorrono già i titoli di coda.

 

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