Post voto: che fine ha fatto Fare per Fermare il declino?

Chissà se a provocare il flop elettorale del movimento è stato l'”incidente” di Oscar Giannino. La “fanta-laurea” del giornalista potrebbe avere scoraggiato i potenziali elettori inducendoli a premiare i “soliti noti”. O forse il mancato ingresso di Fare in Parlamento è da riferire a ben altro, a cause che neanche i fondatori e gli aderenti sembrano aver individuato con nettezza. L’ultima comunicazione pubblicata sul sito risale allo scorso 1 marzo e dipinge una situazione di sostanziale riorganizzazione.

“Nei giorni successivi al voto, Fare per Fermare il declino sta attraversando un processo di analisi e autocritica per organizzare al meglio la propria struttura e attività politica”. Così si legge nella nota che la redazione di Fare per Fermare il declino ha pubblicato venerdì 1 marzo sull’home page del sito. Una comunicazione in cui non viene nascosto lo “spaesamento” del post-voto e il faticoso tentativo di evitare che l’esperienza fin qui maturata naufraghi rovinosamente. Intanto giovedì 28 febbraio la neo presidente Silvia Enrico (subentrata a Giannino all’indomani dello “scandalo-master”) e la Direzione nazionale hanno rassegnato le loro dimissioni, incrementando il clima di generale instabilità.

E a spargere altro sale sulla ferita è stato Michele Boldrin, uno dei fondatori del movimento, che ha annunciato la volontà di percorrere una strada parallela. Il Professore ha, infatti, messo nero su bianco in una lettera la sua contrarietà alle decisioni assunte nel corso dell’ultima Direzione: “La mia richiesta – ha spiegato – era: dimissioni immediate di tutti i dirigenti, nomina di ‘facenti funzione’, adozione di uno statuto minimale che permettesse lo svolgimento al più presto di un congresso costituente e democraticamente condotto. Su queste proposte – ha continuato Boldrin – la votazione in Direzione è stata di 7 a favore, 8 contro e un astenuto. Impasse totale e, a mio avviso, decisione non legittima di procedere a nuove nomine e decisioni politiche da parte di una risicatissima minoranza”.  

“A fronte di questa situazione e mancando di totale fiducia in questa Direzione – ha concluso il co-fondatore di Fare – io ho dichiarato che non mi sarei più sentito capace, in coscienza, di cooperare con questo movimento”. Ma Boldrin non sembra intenzionato a tornare in America (dove insegna alla Washington University di Saint Luis) considerando conclusa l’esperienza di Fare. “Poiché migliaia di persone condividono la mia posizione – ha precisato l’economista – procederemo dal basso, dai comitati, dai circoli, città per città, regione per regione, luogo di lavoro per luogo di lavoro, alla ricostruzione di questo fantastico movimento di popolo lavoratore“. 

L’avventura di Fare potrebbe, insomma, imboccare due sentieri distinti, come annunciato in un comunicato diffuso dai fondatori. “Abbiamo deciso, con amarezza, ma con la consapevolezza che in questa fase si tratta dell’unica soluzione possibile – hanno scritto – di procedere ad una separazione consensuale tra Fare per Fermare il declino e Ali-Fermare il declino: le due entità giuridiche del gruppo”. “Esse continueranno nella loro attività politica e culturale aggregando ciascuna chi si sentirà di collaborare con l’una o l’altra – si legge ancora nel comunicato – ed auspichiamo che, in occasione di futuri appuntamenti elettorali, possano collaborare insieme per l’attuazione dei 10 punti del programma che ci hanno fin qui unito”.