lingUE – come parla l’Europa: la sparizione delle Scuole Europee e il ruolo di una “cultura europea”

LE SCUOLE EUROPEE: Le “scuole europee” hanno per scopo, inizialmente, di accogliere i figli dei funzionari delle istituzioni europee, dalla scuola materna a quella elementare fino all’istruzione superiore, nelle loro rispettive lingue materne. Sono presenti in quegli Stati dell’Unione che ospitano una sede di qualche istituzione europea; oggi, ve ne sono 14 in tutto. Offrono un insegnamento più umanistico o più scientifico, e hanno un programma comune frutto dell’unione dei programmi scolastici nazionali dei 27 paesi membri e un insegnamento delle lingue particolarmente avanzato.

Si distinguono nettamente da qualsiasi istituzione scolastica nazionale proprio per il loro carattere sovranazionale. Ad esempio, tra le caratteristiche del loro programma di insegnamento, troviamo che l’insegnamento è fondato sulla madrelingua dell’allievo, qualunque essa sia fra tutte le lingue ufficiali dell’Unione Europea; e l’insegnamento in tale lingua è svolto da un professore madrelingua; il che conta molto. Nel caso di un italiano, per capirci, un insegnante madrelingua può capire e far capire il ruolo dei dialetti nella nostra cultura. Nonostante ciò, i programmi sono identici per tutte le sezioni linguistiche di tutte le scuole europee, in modo che quale che sia la lingua, nei corsi si mescolano diverse culture – e non una sola, come nelle scuole nazionali. Dato che i programmi cumulano quelli di ogni singola nazione, ad esempio in Storia, si avrà una storia europea, che guarda agli effetti dei singoli eventi in tutto il territorio. La rivoluzione francese come ha modificato l’Italia? Il rinascimento italiano cosa ha portato in Polonia?

Questo per portare gli studenti a sviluppare una grande apertura nei confronti della diversità– carattere primario, anzi, vero e proprio primato dell’Europa (del pensiero europeo, se non nei fatti) – e gli strumenti per comprenderla. Quindi uno spiccato senso europeista – nel senso dell’unione; questo è l’intento. Specifico, per come la penso io, che europeista non dev’essere nel senso di eurocentrista, nel senso di dominio dell’occidente sul mondo. Perché, credo, accettare e interiorizzare, le piccole diversità dei vicini, aiuti un po’ ad accettare le grandi differenze dei paesi lontani. È quantomeno un inizio.

Al termine dei loro studi, gli allievi delle Scuole Europee conseguono il “baccalaureato europeo”, la licenza liceale europea riconosciuta come equivalente a tutti i diplomi di maturità degli Stati membri.

Oltre all’insegnamento nella lingua madre dell’alunno, ha un forte peso l’insegnamento di e in una delle tre lingue veicolari (francese, inglese o tedesco), che, non prendiamoci in giro, hanno il prestigio che hanno e bisogna conoscere; ma a questo si aggiunge, ovviamente, anche lo studio di una terza lingua comunitaria a scelta dello studente; può essere anche l’estone, volendo. Un sistema di sicuro effetto, “europeista”: dalle Scuole europee si esce parlando, e parlando bene (con professori madrelingua), almeno tre lingue ufficiali. Pare un bel progetto, persino doveroso, per formare dei funzionari europei – i loro figli – ma anche per formare dei cittadini, se non li vogliamo sudditi, europei.

L’ESTINZIONE IMMINENTE: infatti, le Scuole europee anche se erano state pensate per i funzionari UE che nelle loro sedi di lavoro non potevano iscrivere i loro figli a scuole con insegnamenti nelle loro lingue nazionali, cosa di cui hanno diritto, ben presto i loro servizi si allargarono a quegli espatriati che si potevano permettere di pagare la retta, cospicua se non eccessiva, che le Scuole europee chiedevano ai non funzionari. Sono finanziate dal bilancio comunitario proprio per questo. Ma c’è grossa crisi, e nonostante l’altissimo livello di preparazione, che dovrebbe essere un modello per la costruzione di una cultura Europea, in cui inserire la cultura propria nazionale, e malgrado la domanda in perenne crescita, le Scuole europee hanno recentemente chiuso le porte ai non funzionari e stanno lentamente sospendendo anche molti corsi nelle lingue nazionali meno diffuse e in una serie di materie di studio. Per mancanza di soldi, pare, ma sarà solo questo?

Forse gli Stati membri hanno deciso di portare a spegnimento le scuole europee perché fanno loro paura ipotizza su eunews.it lo scrittore e glottoteta Diego Marani. Cos’è che può far paura agli Stati, nella costruzione di un’identità sovranazionale? “Fa paura il loro successo, le carriere brillanti dei loro studenti, il loro cosmopolitismo, il loro spirito aperto, il loro multilinguismo. Fanno paura generazioni di studenti che non hanno studiato le nostre patetiche mitologie di storia nazionale ma nel particolare curriculum delle scuole europee sono stati educati a vedere l’Europa prima di tutto, la sua complessità, la sua ricchezza. Fanno paura scuole che superano di gran lunga i risultati delle scuole nazionali e i cui diplomati vengono spesso ammessi senza esami di selezione in importanti università europee e americane. Fa paura insomma agli Stati membri avere sotto gli occhi un modello di scuola che funziona”

Siamo abbastanza d’accordo con Marani: la Scuola europea prova inequivocabilmente che se si investono risorse nella cultura e nell’istruzione si hanno dei risultati, degli ottimi risultati. Ma è, bisogna che qualcuno lo dica, è nata per essere una scuola della classe dominante, dei ricchi, della gente che conta, anche in teoria, in Europa. Metterei perciò l’accento su un aspetto di capitale importanza. Il grande risultato delle Scuole Europee non è solo la capacità, l’ottima preparazione; questi sono i risultati a breve termine, e non sembra che siano questi a “far paura” agli Stati; finché è una parte, la “buona”, ad avere questa preparazione.

Sono i risultati di lungo termine, secondo me, ad essere più interessanti e a “far paura”. Grazie alla preparazione multilingue e multiculturale, si ha la creazione di una coscienza più grande, geograficamente più grande, rispetto a quella “provinciale”, del singolo paese di provenienza – di cui però si rimane madrelingua. Il che ci porterebbe, tra l’altro, a far capire a fondo, a far “sentire” ai funzionari di domani – perché di questo si tratta – l’importanza della tutela e conservazione delle diversità – culturali e quindi economiche – che fanno l’Unione. Per essere Uniti, ma non “unificati”.

DAL PUNTO DI VISTA ITALIANO: Ma insomma il fatto è questo, le scuole europee stanno morendo. Che ce frega? Al danno – per tutti gli Stati “minoritari” – per noi italiani, che non siamo proprio completamente “minoritari”, si aggiunge la beffa. Infatti noi, a Bruxelles, come in altre sedi UE, e a differenza di quasi tutti gli altri paesi, non abbiamo scuole italiane. Noi non promoviamo in modo soddisfacente la diffusione e tutela della nostra lingua e cultura nel mondo, pur essendo il paese che ha il più alto tasso di “figli” fuori dai confini di tutta l’Europa; se ci aggiungi quelli di seconda terza quarta generazione – frutto delle innumerevoli emigrazioni – siamo tra i primi al mondo. È un problema grosso, che tardiamo a risolvere. L’importanza della diffusione della propria lingua e cultura nel mondo, e a maggior ragione nell’UE, non è semplicemente culturale, ma anche, direi soprattutto, politica. Non è per pura pedanteria, né per semplice nazionalismo, che i francesi e gli inglesi spendono vagonate di quattrini per finanziare scuole “nazionali” fuori dai confini. È una questione di potere, di rappresentanza del ruolo del paese nel dibattito internazionale e unitario.

Se le scuole europee dovessero sparire, e il rischio c’è, allora i figli dei funzionari italiani non avranno più alcun contatto con la lingua e a cultura italiana; e nemmeno con una cultura “europea”; stando a Bruxelles, per esempio, saranno francesizzati culturalmente e linguisticamente, il che non potrà che escluderci ulteriormente, come paese, dal dibattito europeo; auto-escluderci. E già alla base, disitalianizzando i nostri stessi rappresentanti, “colonizzandoli” a una delle tre lingue dominanti. Francese inglese o tedesco.

Invece si dovrebbe sostenere le scuole europee fino a ottenerne il potenziamento e la maggiore diffusione in tutti gli Stati, non solo quelli che ospitano Istituzioni dell’UE. A questo, ovviamente, bisogna unire l’apertura gratuita a tutti coloro che vogliono iscriversi, non solo ai figli dei funzionari. Così che i tanti italiani all’estero – ma anche estoni polacchi e portoghesi – possano studiare anche nella loro lingua, abituarsi fin dalla scuola a vederla rappresentata accanto, sullo stesso livello, delle altre. Idem per gli immigrati comunitari in Italia, come i francesi (che a Roma non sono pochi), che invece di andare alla prestigiosa scuola francese di Roma, forse, sarebbero risucchiati gradualmente da un’ipotetica “scuola europea” di Roma insieme ai rumeni.

Un sistema di scolarizzazione uguale e/ma egalitario. Egalitario sia culturalmente parlando, con un insegnamento dalla rappresentazione “vasta” e multilingue, sia egalitario per tutti i cittadini europei, fino a formare davvero una formazione, per tutti, che sia sì europeista, ma che non dimentichi la lingua e la cultura di provenienza, al contrario dell’insegnamento nazionale, che dimentica l’Europa.

Ma anche al contrario di quanto potrebbe accadere se le scuole europee sparissero del tutto; cioè la dominazione culturale ufficiale di quei paesi che già dominano economicamente l’Europa; con conseguente perdita di ogni multi-. Coltiviamo tutti la differenza, invece, in modo da coltivare anche la nostra.

DAL PUNTO DI VISTA EUROPEO: Questo, però, non si può fare. Il Trattato di Lisbona, infatti, esclude ogni competenza dell’Unione europea in ambito culturale e educativo; e questo pare giusto per preservare l’identità culturale, e la libertà di auto rappresentazione che ogni Stato ha nel proprio territorio. Niente scuola europea per tutti. Per gli italiani, niente scuola in italiano.

Perònon espongo la mia idea, ma cerco di mettermi nei panni di quei cervelloni che progettano dall’alto la costruzione dell’Unione – se vogliamo essere uniti davvero, dovremmo puntare di più sulla costruzione di una cultura/identità sovranazionale, dovremmo puntare sul multilinguismo; il che non significa necessariamente minacciare l’identità particolare di ogni lingua/paese/cultura. Dovremmo, tutti, anche essere disposti ad aprirci un po’ di più all’altro; e lo studio delle lingue è lo strumento privilegiato per questo.

Un’unione come quella attuale, quasi esclusivamente economica, non può reggere: e lo vediamo tutti come monta l’idea di finirla con questa storia, a causa della crisi economica, ma anche (soprattutto?) dell’ignoranza reciproca sul modo di essere delle varie nazioni, che porta alla diffidenza tra sud – latino, cattolicoe nord – germanico, protestante. Il che porta al trionfo del cosiddetto euroscetticismo ovunque, al sud ma anche al nord. È perché non sentiamo l’Europa come un unico, come il nostro, “paese”. È per questo che noi vediamo la Germania come una sorta di straniero invasore che vuole schiavizzarci a colpi di spread; e per lo stesso motivo i tedeschi (o i finlandesi ecc.) si rifiutano di aiutare economicamente e politicamente i paesi del sud in cui la crisi è più grave. Praticamente la stessa cosa che accade tra nord e sud Italia. Abbiamo fatto l’Italia, ma non gli italiani; ma ormai abbiamo fatto l’Europa, facciamo gli europei (non solo di calcio). Un popolo multilingue; un po’ come la Svizzera. La questione europea, la grande sfida – ma io non sono uno di quei cervelloni – è culturale, poi politica, e infine economica. Hanno sbagliato la scaletta.

Concludiamo citando ancora Diego Marani, con un pizzico di ottimismo per il futuro delle Scuole Europee: “Come in tante cose, ancora di più nell’istruzione, quando si pensa e si costruisce in una dimensione europea si coglie sempre nel segno. Per la colpevole miopia dei nostri politici, la scuola europea scomparirà presto, ma le tante generazioni di suoi diplomati sparsi per l’Europa se ne ricorderanno. E chissà forse un giorno anche loro vorranno per i loro figli scuole pubbliche multilingui e aperte che guardano al mondo.”

Ma poi, esattamente, cosa si intende per “multilinguismo”? La prossima settimana cercheremo di approfondire un po’ il concetto, se e come metterlo in atto, a quali cambiamenti porterebbe.

Ant.Mar.
insuafavella.blogspot.com