Giravolte politiche: il Pd apre al dialogo col Cavaliere

Franceschini e Berlusconi E se Dario Franceschini e il suo giovane “continuatore” alla Camera, Roberto Speranza, avessero recentemente frequentato Jury Chechi? Le recenti esternazioni che i due democratici hanno consegnate al Corriere della Sera ci hanno ricordato le acrobazie più spericolate dell’ex “Signore degli Anelli” e hanno riabilitato un talento antico della politica: quello di sconfessarsi e rinnegarsi senza tradire alcun imbarazzo.

A più di un mese di distanza dalle elezioni che hanno condannato il Paese all’ingovernabilità, la frustrazione della classe politica sembra montare pericolosamente. Partiti senza leader (o con leader inamovibili), movimenti isolati, schieramenti in cerca di se stessi sono i tasselli di un puzzle dall’incastro irrisolvibile. In questo clima di generale confusione – plasticamente rappresentata dal Parlamento fermo – quasi nessuno rinuncia a illustrare la propria salvifica ricetta. “Non resta che uscire dall’incomunicabilità – ha osservato messianico Dario Franceschini – E abbandonare questo complesso di superiorità, molto diffuso nel nostro schieramento, per cui pretendiamo di sceglierci l’avversario. Ci piaccia o no, gli italiani hanno stabilito che il capo della destra, una destra che ha preso praticamente i nostri stessi voti, è ancora Berlusconi. È con lui – ha tagliato corto il democratico – che bisogna dialogare“. 

Concetti che il giovane Roberto Speranza (che da Franceschini ha ereditato la carica di capogruppo alla Camera) ha fatto suoi: “La legittimazione di Berlusconi arriva dai voti – ha rimarcato – i nostri non sono di serie A e i loro di serie B”. Una “rivoluzione copernicana” maturata nell’arco di pochi giorni, in un periodo talmente convulso da rendere possibile (o accettabile) qualsiasi ripensamento. Le analisi dei due democratici (su cui il segretario Pierluigi Bersani non ha ancora espresso un giudizio) hanno spianato la strada all’ennesima “giravolta” politica, capace di mandare al macero gli anatemi salmodiati per quasi due decenni all’eterno “nemico”. Solo nel Paese dalla memoria corta, il Cavaliere bistrattato poteva trasformarsi improvvisamente nell’irrinunciabile alleato.