lingUE – come parla l’Europa: perché l’Esperanto è necessario, e perché non lo faranno mai

EsperantoCOS’È L’ESPERANTO: L’esperanto è quella lingua creata a tavolino da Ludwik Lejzer Zamenhof, che sperava di farne lo strumento di comunicazione internazionale; in termine tecnico LAI, Lingua ausialiaria internazionale. Ne esistono molte altre, anche inventate di recente: ma l’esperanto è di gran lunga la più utilizzata nel mondo.

Inizialmente il suo inventore l’aveva chiamata Lingvo Internacia, (lingua internazionale) perché doveva essere usata come lingua tramite tra le diverse nazioni. Prese poi il nome attuale dallo pseudonimo usato da Zamenhof: Doktor Esperanto (“colui che spera”). I principi che segue sono semplici: grammatica ridotta all’osso, assenza totale di anomalie e irregolarità (presenti in qualunque idioma naturale), lessico desunto da radici sia latine che germaniche che slave, ebraiche, greche, cinesi e giapponesi e altro ancora, in modo da rendere buona parte del vocabolario riconoscibile a tutti e in particolare per i parlanti di almeno tutta Europa e del nord America.

Tanto è semplice che, si vantava Zamenhof, tutte le regole grammaticali dell’esperanto possono essere imparate senza sforzo in 10 minuti. Inoltre le parole sono brevi, cioè facili da memorizzare, l’uso dei suffissi è massiccio, e questo, unito all’assenza di eccezioni, permette una certa creatività. Si possono inventare parole, grazie ai suffissi, con la certezza assoluta di non sbagliare. Esiste persino un certo ridottissimo numero di persone che sono di madrelingua esperanto (tra le 200 e le 2000 per Ethnologue), esiste una produzione culturale in questa lingua, siti, libri, poesia, teatro… anche Wikipedia ha la versione in esperanto.

PERCHÉ L’ESPERANTO: Il problema della possibilità una lingua internazionale è lungamente trattato nella filosofia del linguaggio, in particolare nella seconda metà del 1800, epoca in cui appunto nasce l’Esperanto. Gli ideali di Zamenhof sono sostanzialmente riscontrabili nella Dichiarazione di Boulogne e nel Manifesto di Praga, ad opera del movimento Esperantista, nei quali viene posto l’accento sulla neutralità del movimento rispetto a ogni tipo di organizzazione o corrente (politica, religiosa o di altro tipo) e dove è definito “esperantista” semplicemente chi impara la lingua, a prescindere dalla condivisione degli ideali del movimento.

Perché scegliere una lingua terza per i rapporti internazionali? L’assunto di Zamenhof è semplice: la difficoltà della traduzione, e quindi del dialogo dovuta alle differenze linguistiche può creare, e ha creato nelle storia, fraintendimenti pericolosi, che possono sfociare nella violenza. «Non ricordo quando, ma in ogni caso abbastanza presto, cominciai a rendermi conto che l’unica lingua [soddisfacente per il mondo intero] sarebbe dovuta essere neutra, non appartenente a nessuna delle nazioni ora esistenti. […] Per qualche tempo fui sedotto dalle lingue antiche e sognavo che un giorno avrei potuto viaggiare per il mondo e con discorsi ardenti avrei convinto gli uomini a riesumare una di queste lingue per uso comune. In seguito, non ricordo più come, giunsi alla precisa conclusione che questo era impossibile e cominciai a sognare nebulosamente di una NUOVA lingua artificiale.» scrive a un amico.

Scegliendo una delle due lingue naturali in uno scambio internazionale si ha, di fatto, sudditanza culturale e differenze di capacità espressiva tra i nativi di tale lingua e gli altri, che ne sono penalizzati. Quella che è, a veder bene, la situazione attuale rispetto all’inglese.

Questa, in due parole, l’implicazione politica. Ma anche economicamente l’esperanto converrebbe, perché il livello di conoscenza della lingua straniera è determinato soprattutto dallo sforzo economico (privato e pubblico) e dalla quantità tempo dedicato all’apprendimento (corsi o viaggi all’estero ecc): questo causa, com’è ovvio, disagi alle parti più povere della popolazione, e non solo. Ad oggi, quanti in Italia sanno l’inglese tanto bene da poter capire pienamente dei documenti ufficiali europei, o anche solo un talk-show in inglese? Anche questo effetto lo vediamo bene con la situazione attuale in Italia, dove una piccola parte di persone parla davvero l’inglese, ma dove sempre più università ritengono la conoscenza di questa lingua condizione necessaria(http://insuafavella.blogspot.it/2013/03/anche-luniversita-ca-foscari-boicotta.html) per essere accettati ai corsi di studio. Una discriminante illogica che va contro il diritto allo studio e al diritto, sancito dai trattati europei, di parlare insegnare imparare studiare e scrivere nella propria lingua.

L’esperanto, invece, proprio per la sua semplicità, non richiederebbe troppo sforzo da parte dei singoli e degli Stati; e soprattutto comporterebbe che gli stessi investimenti economici pesino anche, ad esempio, sull’Inghilterra, ad oggi il paese che spende di meno per l’insegnamento delle lingue e che ha la popolazione meno multilinguista d’Europa; tuttavia niente affatto penalizzata da questa ignoranza. Inoltre, essendo la principale caratteristica ideologica del movimento esperantista è la neutralità: l’esperanto dovrebbe comunque essere imparata in quanto seconda lingua, e non in sostituzione alla propria. Al contrario di molte scuole e università italiane che abbandonano del tutto l’insegnamento in italiano per l’inglese (http://insuafavella.blogspot.it/2013/03/liceo-classico-in-lingua-straniera.html ).

È importante per vari motivi sottolineare la neutralità dell’esperanto nel senso che deve servire per il contatto e la comprensione reciproca unicamente tra genti di lingue diverse. Innanzi tutto per non fare come sta facendo la lingua inglese, cioè per non imporsi come lingua unica mondiale sopprimendo le altre (al Politecnico di Milano, dal 2014 vedremo professori italiani parlare inglese a studenti italiani…(http://insuafavella.blogspot.it/2012/10/the-politecnico-of-milano-labbandono.html ). Inoltre è necessario che resti unicamente internazionale perché altrimenti, il suo uso come prima lingua in diverse regioni geografiche porterebbe a diverse varianti (dovute alla naturale evoluzione del parlato) – un po’ come dal latino si è arrivati alle lingue volgari – compromettendo a lungo andare la comprensione reciproca, unico scopo dell’esperanto.

LA SITUAZIONE ATTUALE: Ne abbiamo parlato meglio nell’articolo precedente (https://www.newnotizie.it/2013/04/lingue-come-parla-leuropa-il-multilinguismo-europeo-perche-cosa-come/ ): la situazione attuale è abbastanza perniciosa, poiché l’UE professa una politica multilinguista che si rivela, oltre che di difficile attuazione, di pura facciata. In pratica ci si nasconde dietro un finto multilinguismo, dichiarando che ogni lingua ufficiale in un paese UE deve diventare anche lingua ufficiale UE quando di fatto è un celato gioco di potere in cui le tre lingue più forti a livello economico europeo (Inglese, tedesco e francese) vengono adoperate nelle sedi di lavoro e solo successivamente vengono effettuate le traduzioni dei documenti pubblicati. Immaginate nei documenti ufficiali gli enormi problemi legali dovuta alla discrepanza fra le versioni in diversa lingua degli scritti…

Mantenere 23 lingue di lavoro è, secondo molti e i particolare per gli esperantisti, infattibile; poiché richiederebbe un numero impraticabile di copie di traduzione e ciò implica che le lingue meno potenti debbano passare attraverso una traduzione intermedia, che ovviamente deteriora il traducendo.

È innegabile che, nonostante le buonissime intenzioni, è questa la situazione di fatto del multilinguismo europeo. Per evitare quindi che le lingue più forti soffochino le altre, bisognerebbe, forse, ridimensionare il multilinguismo stesso, in modo da renderlo più fattibile. Ad esempio scegliere un piccolo gruppo per rappresentatività delle principali famiglie linguistiche (Una lingua neolatina, una lingua germanica, una lingua ugro finnica…). O scegliere le lingue più “prestigiose” e quantitativamente importanti, cioè almeno inglese tedesco francese italiano e spagnolo, in quanto simboli della migliore cultura europea. I problemi di traduzione sarebbero gli stessi, costi ecc, ma sarebbero molto minori; anzi, sarebbe possibile, come giustizia impone, che non si traduca, quanto piuttosto si producano direttamente in lingua – contemporaneamente – i documenti. Ma quelle lingue scelte dominerebbero comunque la comunicazione politica ed economica, e tra quelle comunque ci sarebbe una gerarchia.

Più radicalmente si potrebbe scegliere una lingua di lavoro unica per l’Unione Europea. Ma quale criterio utilizzare per eleggere una lingua ufficiale unica? Quella già più diffusa come seconda lingua? Nell’infausta situazione in cui venga formalizzato l’inglese, gli stati anglofoni dovrebbero quantomeno indennizzare il resto dell’Europa; cosa che comunque, già dovrebbero fare, mormorano alcuni. Si calcola infatti che l’uso fra i non madrelingua dell’inglese porti nelle casse del Regno Unito il 3% dell’intero PIL europeo, non esattamente bruscoli.

Scegliere quella con più parlanti madrelingua in UE? Sarebbe il tedesco: per la Germania gli indennizzi – e per noi i costi – sarebbero forse ancora più alti, perché il tedesco non è altrettanto parlato nell’Unione. L’Esperanto è un’idea radicale ma tutt’altro che estremista; sarebbe dopotutto una scelta ben ponderata quella che porti alla designazione di una lingua sufficientemente neutrale per tutti come l’esperanto.

LE DIFFICOLTÀ: Il problema dell’Esperanto coincide in un certo senso col suo pregio: è una lingua artificiale, cioè neutrale. Proprio per questo l’idea di assegnare all’esperanto il ruolo ufficiale, molto molto difficilmente verrà accettata dai gruppi di potere europei. Quando abbiamo parlato del multilinguismo, abbiamo visto come il ruolo della Francia ci torni comodo, talvolta, per quel che riguarda la difesa delle lingue ufficiali tutte. Ovviamente non è che la Francia ci tenga particolarmente affinché tutte e 23 siano rappresentate; importa che lo sia il francese. Quindi, quando il francese è minacciato, l’Eliseo si erge a difensore del multilinguismo, e indirettamente quindi anche del ruolo della nostra lingua; ma per lo stesso identico motivo non potrebbe mai essere d’accordo sulla proposta esperantista. Poiché anche in questo caso il francese non avrebbe più un ruolo centrale nei documenti e atti europei. Stessa identica reazione avrebbero gli inglesi, e forse anche i tedeschi, gli spagnoli e gli italiani.

Proprio per l’importanza politica ed economica che ha la rappresentazione di una lingua nelle istituzioni europee, è utopico sperare che gli stati a forte tradizione linguistica rinuncino a questo potere; in particolare quegli stati la cui lingua è più forte di altri, Inghilterra, Francia e Germania.

Quale che sia la scelta, è comunque doveroso che la consapevolezza linguistica degli europei (e degli italiani i particolare) aumenti. Perché dalle scelte che si prenderanno in materia dipenderà la capacità di difendere le proprie idee politiche e la propria identità di cittadini europei.

Antonio Marvasi

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