Pd allo sfascio: Bersani e Bindi lasciano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 7:21

Bindi Bersani

 

Non è difficile immaginare che quella di ieri sia stata la giornata più difficile per Pierluigi Bersani. Che dopo essersi illuso di aver ricompattato il suo partito con la candidatura di Romano Prodi al Quirinale, ha invece amaramente registrato l’irrimediabile spaccatura interna. Cosa fare? Al segretario del Pd non è rimasto altro che preannunciare le sue dimissioni“Saranno operative un minuto dopo l’elezione del presidente della Repubblica”, ha detto, mentre un’altra big del partito, la presidente Rosy Bindi, ha già deciso di lasciare.

Il verdetto del quarto scrutinio alla Camera deve essere suonato come una campana a morto per i dirigenti del Pd. Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Dario Franceschini, Anna Finocchiaro e i due capigruppo, Luigi Zanda e Roberto Speranza, hanno cercato riparo in una zona remota (e protetta dalle telecamere) di Montecitorio per un “gabinetto” d’emergenza. Nel corso del quale hanno preso atto dell’impossibilità di mettere a posto i cocci: il partito è irrimediabilmente spaccato e ormai privo di una guida solida. Tanto che anche il mancato capo dello Stato, Romano Prodi, ha sentito il bisogno di togliersi il suo sassolino: “Chi mi ha portato fin qui se ne assuma la responsabilità“, ha mandato a dire dal Mali.

Un de prufundis per il segretario che, infatti, incontrando poco dopo il gruppo dei “grandi elettori”, ha detto: Non posso accettare il gesto gravissimo compiuto nei confronti di Prodi. Le mie dimissioni saranno operative un minuto dopo l’elezione del presidente della Repubblica”. “Abbiamo preso una persona, Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo, ex presidente del Consiglio, inviato in Mali – ha insistito Bersani – e l’abbiamo messo in queste condizioni. Io non posso accettarlo, è un gesto gravissimo. Questo è troppo”.

Di più: “L’assemblea è fatta di dirigenti che oggi hanno preferito l’ovazione e l’unanimità – ha proseguito il segretario del Pd – poi uno su quattro di noi ha tradito. Ci sono state in alcuni pulsioni a distruggere senza rimedio. Spero che la mia decisione – ha concluso Bersani alludendo alle sue dimissioni – serva ad arrivare ad un’assunzione di responsabilità”. Prima di lui, ad agitare ulteriormente le acque in casa Pd era stata Rosy Bindi: “Il 10 aprile – ha annunciato in una nota – ho consegnato a Pierluigi Bersani una lettera di dimissioni da presidente dell’Assemblea nazionale del Pd. Avevo lasciato a lui la valutazione sui tempi e i modi in cui rendere pubblica una decisione maturata da tempo, ma non intendo attendere oltre”. 

Non sono stata direttamente coinvolta nelle scelte degli ultimi mesi – ha sottolineato la Bindi – né consultata sulla gestione della fase post elettorale e non intendo perciò portare la responsabilità della cattiva prova offerta dal Pd in questi giorni, in un momento decisivo per la vita delle istituzioni e del Paese”.  Un ulteriore “schiaffo per il segretario che ha dovuto certificare – “urbi et orbi” – la sua incapacità a tenere fermo il timone del comando.