Napolitano fa il bis e il Paese?

Napolitano

 

A meno di 48 ore dalla proclamazione del nuovo capo dello Stato, disponiamo di molti elementi che possono aiutarci ad abbozzare un resoconto di quanto accaduto. Primo: il nuovo capo dello Stato è in realtà il vecchio presidente della Repubblica che, tallonato dai leader politici e dalle delegazioni regionali, ha dovuto smentire se stesso e prolungare la sua permanenza al Quirinale.

Una scelta salutata con umori contrastanti, tra coloro che riconoscono in Giorgio Napolitano l’unica figura capace di diradare le nebbie che hanno avvolto la politica nazionale e coloro che, al contrario, riescono a leggere nella ri-elezione dell’ex comunista nient’altro che un sonoro, inconfutabile fallimento. Secondo: Giorgio Napolitano è il primo presidente della storia repubblicana a fare il “bis”; nessuno prima di lui era stato invitato (o costretto) a raddoppiare il suo incarico quirinalizio. Un unicum destinato a fare storia o, se preferite, a evidenziare la straordinarietà (certamente non in senso positivo) della situazione attuale.

Terzo: nel gioco inevitabile del “chi ha vinto” e “chi ha perso”, a noi pare che in definitiva non abbia vinto nessuno. Al netto dell’implosione del Pd (ormai “atomizzato” e orfano di ogni orientamento) e del sostanziale successo del Pdl, che può vantare una compattezza fuori dalla norma, le urgenze del Paese restano, infatti – come prima – inascoltate. Negli ultimi 60 giorni la stampa ha scandagliato, con ostinazione maniacale, gli equilibri interni alle varie forze politiche, confinando le emergenze sociali nelle retrovie dell’informazione.

Come se la “non vittoria” di Bersani, le consultazioni infinite, la carta dei “saggi” e il risiko del Quirinale coincidessero con la fotografia del Paese reale. I giochi dei Palazzi, le strategie puntellate nelle stanze e poi miseramente sfumate hanno definito un piano parallelo, al quale i cittadini-elettori hanno guardato con montante fastidio, consci dell’incapacità intollerabile dei loro eletti di mettere in moto la macchina parlamentare. La paralisi istituzionale delle ultime settimane ha sclerotizzato il divario tra la gente e la politica, incancrenitasi in una visione talmente asfittica da prefigurare la fine di un’epoca.

Quarto: le persone che hanno in questi giorni manifestato il loro scontento per la situazione politica sono una porzione della società italiana che va comunque ascoltata e rispettata. Inutile catalogarle o liquidarle con formule sdegnose: gli “indignados” convocati da Beppe Grillo (ma non solo) pretendono solo serietà. Non si fidano più delle promesse e aspettano i parlamentari al varco. Non per aggredirli fisicamente, ma per indicargli le lancette di un metaforico orologio che segna la loro ultima ora. Giornalisti ed esponenti politici possono continuare a “duettare” (coma hanno fatto finora), indicandoli come un fastidioso sottofondo, oppure concedere loro una più sportiva considerazione. Senza tacere, qualora venissero individuate, eventuali fragilità o contraddizioni.

Quinto: resta da comprendere cosa abbia realmente convinto l’ottantasettenne Napolitano a rimanere al Colle. Strozzato dal “ricatto” dei partiti, il capo dello Stato avrebbe forse dovuto ribadire il suo fermo no, costringendo i corresponsabili dell‘impasse politico ad assumersi le loro responsabilità. Portato via il “salvagente”, sarebbero stati costretti ad affrontare la tempesta, tra i marosi che non ammettono temporeggiamenti. La debacle totale avrebbe forse spianato la strada a un nuovo inizio. Il “paracadute” fornito da Giorgio Napolitano rischia, invece, di prolungare l’agonia.