Verso il governo: i paletti dei berlusconen

PARLAMENTARI DEL PDL AL TRIBUNALE DI MILANO PER PROTESTARE CONTRO I GIUDICI SULLA DECISIONE DEL GIUDIZIO IMMEDIATO AI SILVIO BE

 

L’altolà lanciato ieri da Angelino Alfano (“O si fa un governo forte o noi non ci stiamo”) è stato ripreso da altri due “big” del partito: Renato Brunetta e Maurizio Gasparri. Il sentore è che – nelle prime concitate ore in cui il premier incaricato, Enrico Letta, sta cercando di trovare la quadra – i “berluscones” non rinuncino all’opportunità di inviare messaggi più o meno espliciti al democratico, rinfrescandogli la memoria sui punti programmatici che considerano irrinunciabili.

Se governo delle larghe intese dovrà essere, è bene mettere in chiaro alcune cose. E’ questa l’elementare osservazione da cui molti dirigenti del Pdl hanno voluto prendere le mosse, ancor prima di incontrare il possibile futuro premier, Enrico Letta. “Se il programma (di governo, ndr) risponderà a quella che è stata la nostra battaglia elettorale – ha spiegato ieri Renato Brunetta – vale a dire: l’economia, la crescita, via l’Imu, la restituzione dell’Imu, la riforma della giustizia, la riforma dell’architettura costituzionale, la semplificazione burocratica, la detassazione per i nuovi assunti, noi ci saremo. La nostra delegazione governativa – ha assicurato il capogruppo del Pdl alla Camera – sarà adeguata per realizzare e difendere questi punti”.

Più o meno quanto confermato poco dopo da Maurizio Gasparri: “Ci siamo visti con Berlusconi e si è ribadito che i contenuti per noi sono essenziali – ha affermato il pidiellino – L’abbattimento del prelievo fiscale per le nuove assunzioni e la restituzione dell’Imu sono esigenze irrinunciabili. I contenuti sono la prima cosa – ha rimarcato Gasparri – e devono essere molto chiari”. Peccato che negli otto punti programmatici snocciolati dall’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, durante l’ultima campagna elettorale non ci sia alcun accenno alla restituzione (o abolizione) dell’Imu né a una riforma della giustizia assimilabile a quella prospettata dai dirigenti Pdl. Una “incompatibilità” che renderà ancora più faticoso il lavoro del premier incaricato.