Al via il nuovo governo: ma quale cambiamento?

Enrico Letta

 

Di articoli che celebreranno la ricetta a cui il nuovo presidente del Consiglio ha deciso di affidarsi per il “bene del Paese”, oggi (e non solo oggi) ce ne saranno tanti. Questo non lo sarà. E non per atavico spirito di contraddizione o per infantile senso polemico. A noi pare che la nuova squadra di governo che oggi giurerà al cospetto del ri-eletto Giorgio Napolitano non rechi in realtà alcun cambiamento. E che la presenza delle molte donne così come l’età media dei ministri (notevolmente abbassata) non siano ragioni sufficienti a giustificare tanto diffuso entusiasmo.

Diciamolo chiaramente: Enrico Letta è da sempre considerato uno straordinario mediatore. Il suo talento nel contrattare, discutere, svelenire i toni con l’avversario l’hanno portato a troneggiare in quella “zona grigia” della politica, equidistante da ogni radicalismo. Un democratico moderato che ha fatto del dialogo (con tutti, o quasi) la sua arma personale, da sfoderare nei momenti più critici. Non è difficile comprendere che Giorgio Napolitano abbia deciso di affidare a lui l’incarico di governo (preferendolo al più “divisivo” Giuliano Amato) in un momento di stallo come quello attuale.

Soltanto le doti diplomatiche e le pratiche alchemiche dell’ex vice-segretario del Pd, infatti, avrebbero potuto condurci fuori dal “pantano” e permettere la nascita del nuovo esecutivo. E arriviamo al punto: il governo che ha già incassato la “benedizione” congiunta del capo dello Stato, di quasi tutta la dirigenza politica e delle parti sociali è, a nostro avviso, un enorme paravento che nasconde (neanche troppo bene) gli antichi e rugginosi ingranaggi. Come un tendone allestito malamente per celare alla vista del pubblico ciò che è opportuno tenere riservato, il nuovo governo avanza con la sua parvenza di cambiamento.

Il fatto che Silvio Berlusconi o Massimo D’Alema siano rimasti fuori non dimostra che il nuovo governo Letta abbia scelto di tranciare il cordone col passato. Tanto è vero che a gestire le faticose trattative non sono state le “giovani leve” dei partiti, ma gli inamovibili “padri nobili” impegnati a indicare le “pedine” da sistemare nello scacchiere. Non si illudino gli italiani che vedranno comparire nei prossimi giorni i freschi volti dei nuovi ministri: non sono stati nominati per i loro meriti, ma per il “peso” politico dei loro leader. Ciò non esclude che possano in futuro operare bene (è la speranza a cui noi tutti ci aggrappiamo), ma il loro “esordio” governativo è ancora irrimediabilmente vincolato alle vecchie logiche spartitorie.

Per non parlare dei tecnici. La loro presenza (o permanenza) nel governo targato Enrico Letta frutterà convinti consensi nelle assemblee internazionali, e accrescerà la fama di uomo responsabile e posato dell’attuale premier. Innovatore e conservatore, audace e cauto: carico di ossimori, Enrico Letta si appresta a guidare un governo che non sembra aver alcuna intenzione di durare poco. E che non si è prefissato alcun obiettivo (o scopo) da centrare entro tempi certi. Un esecutivo incardinato sulla mediazione (o medietà?), orientato ad archiviare al più presto gli ultimi due mesi di insidioso stallo e ad “anestetizzare” la rabbia della gente che ha creduto di poter assistere a un cambiamento. Ma per quello, si sa, c’è sempre tempo.