Attacchi di panico: male comune nella postmodernità ansiogena

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:17

 Al giorno d’oggi sempre più si sente parlare di attacchi di panico. Nella nostra società, ansiogena e nervosa, un crescente numero di persone si trova a dover fronteggiare uno o più episodi di panico nel corso della loro vita. Si tratta di un’esperienza fortemente disturbante, che lascia il segno in chi vi si trova coinvolto e che sovente fa sentire la singola persona in uno stato di solitudine immobilizzante e disarmante vacuità.

Ma come si manifesta l’attacco di panico nell’individuo? Si tratta di un’esperienza strettamente ‘personale’, e in quanto collegata al tipo di persona in cui esplode può palesarsi nelle maniere più diverse e disparate. Mancanza d’aria, oppressione al petto fino a sentirsi implodere, occlusione della deglutizione, senso di smarrimento e paura; sono solo alcuni dei sintomi che caratterizzano un attacco di panico. Quando giunge, l’attacco di panico devasta l’equilibrio psico-fisico di chi lo subisce: lo sgomento e il terrore provato in quegli attimi, che sembrano lunghissimi, riesce a paralizzare la persona. Ci si sente perduti, senza via d’uscita, e talvolta la sensazione di morte imminente prevale su tutti gli stimoli esterni che si possono ricevere.

Come si devono fronteggiare questi episodi? Intanto affrontandoli a viso aperto, evitando di minimizzarli o reprimerli: introiettare in sè stessi l’energia distruttiva che questi veicolano potrebbe portare ad amplificarne l’effetto e la portata, predisponendo il cervello a riproporli nel tempo. Occorre dunque mantenere la calma, per quanto possibile, e risintonizzare il proprio equilibrio psichico sul “qui e ora”: parole semplici a dirsi, ma più complicate da mettersi in atto nel corso di un attacco.
Aprirsi con qualcuno che ci sta vicino, provare a descrivere il disagio che si sta attraversando e le paure che accompagnano l’approccio vitale è una chiave per riuscire a riconoscere il “mostro” che vuole governare le nostre emozioni e neutralizzarlo. In questo percorso può essere un valido supporto la figura di uno specialista, uno psicoterapeuta che indichi la strada da percorrere e il giusto frame nel quale inquadrare le alterazioni fisiche, derivanti non da una malattia o patologia bensì da un malessere che deriva direttamente dalla mente umana. Affogare queste tensioni negli psicofarmaci può rappresentare una via d’uscita rapida, ma di certo infruttuosa: se in prima battuta ci si libera delle difficoltà, ciò rappresenta un’ancora di salvezza fugace e a breve termine; occorre intraprendere un percorso interoriore che permetta di prendere coscienza del proprio sè più profondo, e intercetti ogni ‘corto circuito’ emozionale per decodificarlo e leggerlo a dovere.

 

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