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(Dis)Onorevoli in Aula: quando l’insulto fa notizia

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GIUSTIZIA: CAMERA; CARTELLI LEGA, ESPULSI IN DUE

 

Alla Camera ieri si è discusso anche della proposta di delega al governo in materia di pene detentive non carcerarie. Un tema particolarmente scivoloso, sul quale – come spesso accade – l’emiciclo si è spaccato, L’acme della tensione si è raggiunta durante l’intervento del deputato leghista Gianluca Buonanno, che ha puntato l’indice contro il partito di Nichi Vendola

“Per Sel – ha osservato il deputato del Carroccio – è importante vedere se c’è il matrimonio tra persone dello stesso sesso, se c’è l’adozione dello stesso sesso. Per cui, invece di chiamarsi Sinistra e libertà (sic!) – ha suggerito il leghista – si chiamassero Sodomia e libertà“. A seguire un battibecco a distanza con un esponente di Sel, al quale Buonanno ha ripetutamente chiesto: “Ma cosa vuoi? Vieni qui!”. I cartelli inalberati da altri parlamentari leghisti contro il cosiddetto “svuota-carceri” hanno finito per esasperare irrimediabilmente il clima costringendo il vicepresidente di turno, Luigi Di Maio, ad espellere Buonanno e il collega Stefano Allasia.

L’incidente di ieri – che ha giustamente indignato buona parte della Camera (e non solo) – non è che l’ultimo di una lunga sequela di episodi che ha avuto per cornice proprio l’Aula di Montecitorio. E per protagonisti parlamentari a cui si fa fatica a riconoscere l’appellativo di “onorevole”. Giusto un anno fa, il 3 luglio 2012, il deputato dell’Idv, Francesco Barbato, in uno dei suoi interventi più infiammati, non le mandava a dire ai colleghi della maggioranza. Si parla di pensioni d’oro e delle scarse possibilità concesse ai giovani meritevoli quando il “dipietrista” sbotta: “A nome di tutti i giovani italiani, dico a questa maggioranza che avete rotto i coglioni!”. 

All’allora presidente della Camera, Gianfranco Fini, non resta che fischiare il “fallo” ammonendo lo sboccato deputato: “Non le consento di usare un linguaggio da trivio in quest’Aula”, dice stizzito a Barbato che, prima di uscire, alza il dito medio in direzione dei banchi del Pdl. Nel marzo del 2011 è, invece, Ignazio La Russa a scaldare gli animi di molti colleghi. In veste di ministro della Difesa, il pidiellino riferisce su una manifestazione svoltasi davanti il palazzo, nel corso della quale un gruppo di contestatori lo avrebbe minacciato.

La sua versione dei fatti viene sbugiardata dall’allora capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, contro cui La Russa si accalora particolarmente. Nella bagarre generale, il pidiellino trova anche il tempo di voltarsi verso il banco della presidenza e di mandare esplicitamente a quel paese Gianfranco Fini. Per non parlare della più recente “messa in scena” allestita qualche mese fa dalla senatrice Alessandra Mussolini, in occasione della quarta votazione congiunta per l’elezione del presidente della Repubblica. La Mussolini entra in Aula indossando una maglietta che non passa inosservata, recante la scritta: Il diavolo veste Prodi, si avvicina ai banchi della presidenza e spiega a Laura Boldrini il motivo della sua protesta. Quando la stessa presidente della Camera la richiama all’ordine: “E mi richiami all’ordine – replica sferzante la parlamentare – tanto…”.

Ma il titolo di “scena madre” va probabilmente riconosciuto a uno degli episodi più indecorosi dell’intera storia repubblicana, per il quale occorre trasferirsi a Palazzo Madama. E’ il 25 gennaio 2008 e il governo guidato da Romano Prodi è legato a un filo. Al Senato si vota la mozione di sfiducia che, alla fine, passa decretando la caduta dell’esecutivo retto dal Professore bolognese. La reazione negli scranni dell’opposizione è inimmaginabile: i senatori An, Domenico Gramazio e Antonino Strano, non contengono la contentezza e, in un trionfo di buon gusto, stappano una bottiglia di champagne e addentano una fetta di mortadella in onore del premier appena “detronizzato”.

“Non stiamo mica in osteria”, riesce solo a commentare l’incredulo presidente Franco Marini, prima che i commessi d’Aula ripristinino l’ordine strappando agli incontinenti parlamentari i loro personali “trofei”. Cos’altro dobbiamo aspettarci dai nostri “delegati” alle Camere?