Joele, ucciso di botte in Inghilterra a 19 anni: “Ci rubi il lavoro”. Quando i migranti siamo noi

A volte, gli emigranti non sono quelli che su barconi scappano da paesi del terzo mondo alla ricerca di maggior fortuna in paesi dell’Occidente (tra cui l’Italia, chiaramente. Ma si tratta solo di una scelta geografica, considerando il punto strategico in cui si trova la nostra Nazione). A volte, gli emigranti sono giovani ragazzi che scappano dalla propria Nazione (che non ha nulla da offrire, se non disoccupazione e autocommiserazione) alla ricerca di maggior fortuna in paesi dove si spera le cose vadano meglio. In paesi dove, quantomeno, un posto di lavoro si trova.

Aveva trovato un posto di lavoro Joele Leotta, ragazzo di 19 anni giunto a Maidstone, capitale del Kent (a sud est di Londra), dalla provincia di Lecco. Aveva trovato un posto di lavoro – in un ristorante italiano – e le cose sembravano volgere per il meglio, con la prospettiva di apprendere la lingua e di iniziare una nuova vita in un posto che sicuramente da più opportunità del Bel Paese.

Ma non è necessario venire sui barconi (ed essere colorati di nero), per scatenare la delirante ira razzista di qualcuno: basta giungere da altrove, come nel caso di Joele (e dell’amico Alex, con cui aveva iniziato questa avventura Oltremanica).

E così nove ragazzi di diversa nazionalità (fra cui un inglese) hanno posto fine all’esistenza di Joele, uccidendolo di botte.

Per quale motivo? Lo stesso che spesso abbiamo sentito pronunciare da nostri connazionali: “ci rubi il lavoro” sarebbe infatti stata l’accusa mossa da questi nove esseri, che avevano iniziato la bagarre già domenica sera. Ma se le parole non uccidono, di certo lo fanno le botte: così  questi nove esseri hanno fatto irruzione nell’appartamento che Joele condivideva con Alex (fuori pericolo nonostante le gravissime ferite riportate) e lo hanno picchiato a sangue.

A testimonianza che l’idiozia non ha confini, più di qualunque altra cosa.