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Il terzo tempo: alla ricerca del vero rugby

il terzo tempo rugbyI De Laurentiis sono in uscita nelle sale (dal 21 novembre) con “Il terzo tempo”: lo si potrebbe definire un film cruento senza sangue. A sorpresa, infatti, la pellicola riesce a commuovere pur non presentando una sola scena di sdolcinatezze, e neppure il classico tema del riscatto dell’outsider attraverso lo sport. Rimarranno delusi quanti si aspettano l’ennesimo remake cinematografico della piccola fiammiferaia, dato che la sceneggiatura, pur incalzante, non si concede un solo momento di caduta nell’uso delle trovate più comunemente impiegate per far presa sull’emotività. I continui pugni nello stomaco dello spettatore sono dovuti piuttosto alla fila di inversioni del “già previsto” (come la frase di Einstein citata più di una volta e ribaltata, con cui il film ha inizio), nonostante il mantenimento del leitmotiv principale. Un po’ come avviene in una partita di rugby, abilmente mimata dalla successione di scene, anche quelle fuori dal campo. L’impresa è affidata quasi interamente a un cast esordiente, di cui il volto più noto al grande pubblico è quello di Stefania Rocca, qui attrice non protagonista.

Il cast. – Fin troppo prevedibilmente sentiremo ancora parlare degli attori che hanno preso parte a questo film dai toni forti mai scontati. Oltre alla già citata Stefania Rocca, tra tutti è doveroso ricordare Stefano Cassetti (l’assistente sociale Vincenzo), Lorenzo Richelmy (Samuel, il protagonista), Edoardo Pesce (Roberto, un ruolo comprimario ma del tutto particolare). Del resto alla proiezione durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di quest’anno ci sono stati ben dieci minuti di applausi finali. Vedremo come sarà accolta la pellicola dal grande pubblico. Si tratta dell’opera prima del regista Enrico Maria Artale, assistito dall’aiuto regista Giulio Cupperi, che tra l’altro è un ex rugbysta professionista. Insieme si sono dedicati al casting convocando diverse vere squadre italiane di Rugby, elaborando la coreografia delle scene e provvedendo agli allenamenti con gli autentici giocatori – attori per caso, e gli autentici attori – giocatori per caso. I lavori, come hanno dichiarato, si sono svolti in un clima di piena sinergia tra le così eterogenee categorie da dirigere all’unisono.

La storia e la ricerca di senso. – Perché il rugby? Probabilmente questa disciplina si sarebbe potuta sostituire con qualsiasi altro campo di interesse umano, e dar luogo ad una metafora di vita. In ogni caso questo sport e le sue regole realizzano qui sapientemente un filo logico che tiene viva l’attenzione anche dello spettatore inesperto. Forse proprio il rugby contiene elementi che possono fungere da immediato nesso con le esperienze più intime, più cocenti a cui la natura umana va incontro. E l’argomento si presta per distaccare il film dalla banalizzante morale comune, che viene anzi in qualche modo sbeffeggiata: via i falsi moralismi, ma al tempo stesso niente spazio neppure all’approssimativismo nell’eseguire i propri doveri, per andare anche oltre quanto ci viene richiesto dall’etica del perbenismo. Sembra di leggere questo, nel riferimento sprezzante al più consueto gioco del calcio. “Devi sta’ zitto, coll’arbitro nun se discute, nun stamo a gioca’ a calcio”, ammonisce un giocatore in un momento clou di una partita. Perché il rugby è “il contrario di quello che sembra”. Non ci sono regole, ma leggi. “E cos’è, una religione?”, esclama perplesso il protagonista, nuovo a quest’argomento come la maggior parte di noi. Finché prende senso la spiegazione lentamente introdotta. Lo si potrebbe definire un film violento dal punto di vista delle emozioni che riesce a suscitare, nonostante non sia cruento dal punto di vista fisico. Violento come la vita. Come la disciplina. Probabilmente, nello stesso senso in cui lo è il rugby. Non è il solito romanzo di formazione, genere ormai trito anche se continua a “rendere”. Filo conduttore sembra essere il “motivo” per restare saldamente aggrappati alla palla ovale, o a qualsiasi altra pietra filosofale riusciamo a scovare tra i nostri talenti. Perché il rugby? è una domanda che si potrebbe tradurre anche con: perché la realtà? Perché interessarsi a qualcosa, perché non lasciarsi annullare dal nichilismo della depressione dei nostri tempi? A ciascuno la propria palla ovale.