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Addio Arnoldo Foà: domani il funerale laico per salutare l’artista interprete del Novecento

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Se ne va Arnoldo Foà, se ne va l’artista ferrarese capace di interpretare il Novecento e le sue contraddizioni. Se ne va, a 97 anni, tingendo di lutto il mondo dello spettacolo che domani, nel funerale laico previsto per le ore 16 a Roma, gli dedicherà il suo addio. Un saluto dovuto per una personalità istrionica che ha lasciato un’ impronta di sé nel mondo del teatro, del cinema, della televisione, ma anche della letteratura e dell’arte. Per questo a piangerlo, oggi, c’è la cultura tutta. La stessa per cui lui si impegnò, per quasi un secolo, ad esserne autorevole interprete. Se ne va lasciando un vuoto incolmabile, non solo nella casa romana in cui viveva ma anche, e soprattutto, nelle ‘stanze’ artistiche che ha arredato con il suo genio.

Se ne va lasciando ai posteri il ricordo di quella voce calda  caratterizzata da un tono limpido e da quelle pause mai lasciate in balia del caso. Se ne va quel timbro poco più che trentenne che, già fermo e sicuro, l’8 settembre del 1943 annunciava nell’etere, sulle onde di Radio Alleata PWB, l’armistizio dell’Italia con gli Alleati. Proprio lui che durante i terribili anni del secondo conflitto mondiale aveva rischiato di rimanere vittima delle leggi razziali a causa del sangue ebraico. Se ne va la voce di Anthony Quinn e del suo felliniano Zampanò, del ‘Nerone’ Peter Ustinov in ‘Quo vadis?’, ma anche quella più leggera di Charles Muntz, personaggio disneyano del film animato ‘Up‘ o quella narrante di Oompa Loompa nel rifacimento de ‘La Fabbrica di Cioccolato’ firmata da Tim Burton nel 2005.

Se ne va un grande attore di teatro che nella carriera ebbe la fortuna – e il merito –  di lavorare con nomi altisonanti del calibro di Luchino Visconti, Giorgio Strehler, Luigi Squarzina e Luca Ronconi. Se ne va un uomo di cinema e di televisione, ricordato non  solo per aver lavorato con firme celebri quali Orson Welles, ma anche per aver sceneggiato opere televisive per la Rai quali Piccole donne, Le mie prigioni, Le cinque giornate di Milano,Il giornalino di Gian Burrasca, David Copperfield.

Se ne va un poeta, ricordato anche per le sue interpretazioni e letture di grandi autori classici come Dante, Dante, Lucrezio, Leopardi incisi su vinili (poi tramutati in cd) e meritevole di aver diffuso in Italia autori spagnoli al tempo sconosciuti come Pablo Neruda o García Lorca, il cui celebre “Lamento per Ignacio Mejias” fece vincere il Disco d’oro alla Fonit Cetra per aver superato il milione di copie.

Se ne va un “artista burbero“, come titolava l’autobiografia edita due anni fa da Sellerio, il cui unico desiderio era di essere semplicemente amato. Null’altro chiedeva questa personalità così sfaccettata e complessa la cui artisticità riceverà l’ultimo saluto domani, lunedì 13 gennaio, quando , dalle ore 10, sarà aperta nella sala della Protomoteca in Campidoglio la camera ardente in attesa del funerale laico che lui, ebreo di nascita ma ateo per scelta, riceverà alle ore 16. Se ne va così, per una crisi respiratoria che lo ha spento ieri nella stanza dell’ospedale capitolino San Filippo Neri, senza poter soffiare sulle 98 candeline della torta che il  24 gennaio gli avrebbe regalato un anno in più.