Pd nella tempesta: Cuperlo lascia la presidenza

Gianni Cuperlo

 

Chi aveva partecipato alla riunione di direzione di due giorni fa – quella in cui Matteo Renzi aveva illustrato la bozza di riforma elettorale incassando l’immediata bocciatura di Gianni Cuperlo – non si è sorpreso affatto. Le dimissioni del presidente dell’assemblea del Pd erano, infatti, date per certe dalla maggior parte dei democratici.

A far saltare i nervi, l’accordo sulle riforme che il segretario del Pd ha siglato principalmente con Silvio Berlusconi. Gianni Cuperlo aveva sollevato obiezioni, in particolare, sul metodo e sul merito della proposta di legge elettorale suscitando la reazione stizzita di Matteo Renzi, che gli aveva rimproverato di strumentalizzare la discussione sulle preferenze (il punto più debole della bozza) per far fallire ogni cosa.

Gianni Cuperlo aveva, a quel punto, deciso di alzarsi dal tavolo e di lasciare la riunione, consegnando l’immagine di un gruppo dirigente spaccato. I rumors sulle sue dimissioni si sono rincorsi per tutta la giornata di ieri, fino al pomeriggio quando l’ex candidato alle primarie del Pd ha diffuso la lettera recapitata a Matteo Renzi nella quale ha lamentato l’attacco – a suo dire – personale che il sindaco di Firenze avrebbe sferzato contro di lui. Da qui la comunicazione delle sue dimissioni, determinate non dal livore, ha precisato il democratico, ma dalla scarsa propensione del segretario a un confronto dialettico.

“Il punto è che ritengo non possano funzionare un organismo dirigente e una comunità politica – ha scritto Cuperlo – dove le riunioni si convocano, si svolgono, ma dove lo spazio e l’espressione delle differenze finiscono in una irritazione della maggioranza e, con qualche frequenza, in una conseguente delegittimazione dell’interlocutore”.

“Mi dimetto perché sono colpito e allarmato – ha rincarato il democratico – da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero”. “Mi dimetto perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso – ha aggiunto l’ex presidente dell’assemblea del Pd – Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che, per qualche settimana, ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità”.

La risposta del segretario è arrivata a stretto giro: “Caro Gianni, rispetto la tua scelta”, gli ha scritto Matteo Renzi. Che ha però messo in chiaro alcuni punti: “In un Partito democratico le critiche si fanno, come hai fatto tu, ma si possono anche ricevere. Mi spiace che ti sia sentito offeso a livello personale”. Fino alla difesa, a spada tratta, della bozza della “discordia”: “Se l’accordo reggerà – ha scritto Renzi – avremo superato il bicameralismo perfetto, modificato l’errore del Titolo V, ridotte le indennità e i rimborsi dei consiglieri regionali, garantito il bipolarismo e il premio di maggioranza, introdotto il ballottaggio, ridotta la dimensione dei collegi, eliminato il potere di veto dei piccoli partiti che ha ucciso l’esperienza del centrosinistra con Prodi”.

“Si poteva fare meglio? – ha continuato Renzi nella sua lettera di risposta a Cuperlo – Sì, certo. Ma fino ad ora non si era fatto neanche questo. E rimettere in discussione i punti dell’accordo senza il consenso degli altri – ha sottolineato l’ex rottamatore – rischia di far precipitare tutto”.