Italicum: percorso a ostacoli alla Camera

Camera

 

Il premier Matteo Renzi aveva promesso di portarla a casa già a fine febbraio, ma ha dovuto fare i conti con la dura realtà che prospetta tempi di approvazione ben più lunghi. La proposta di riforma elettorale, incardinata sull’intesa con Silvio Berlusconi, è arrivata alla Camera e ha subito creato scompiglio.

La discussione si è protratta fino alla mezzanotte di ieri e riprenderà lunedì prossimo. Perché? Perché i deputati di Fratelli d’Italia, impegnati oggi nel loro congresso a Fiuggi, hanno chiesto e a ottenuto che le votazioni sugli emendamenti dell’Italicum (a cui non vogliono assolutamente mancare) vengano rinviate alla prossima settimana. Il capogruppo del Pd, Roberto Speranza, si è lamentato un po’ chiedendo che i lavori proseguissero anche oggi, ma alla fine ha dovuto desistere.

La profezia delle “cassandre” che vaticinano un percorso parlamentare faticoso per la riforma sembra, intanto, destinata ad avverarsi. Ieri l’Aula di Montecitorio ha respinto l’emendamento che proponeva di abbassare la soglia di sbarramento dal 4,5 al 4%. Ma a fare più rumore è stata sicuramente la bocciatura della reintroduzione delle preferenze con soli 40 voti di scarto: i no sono stati 278, i sì 236 e 2 gli astenuti. Una contabilità che racconta di una maggioranza non troppo rocciosa, in cui il numero dei “franchi tiratori” blindati dal voto segreto potrebbe crescere in maniera inaspettata.

E a creare problemi sono anche i tre emendamenti Agostini sulla parità di genere che propongono l’alternanza uomo-donna nelle liste elettorali e la presenza al 50% di candidate capolista. Il provvedimento ha subito una battuta di arresto e ha dato origine a inevitabili crepature all’interno dei partiti. Novanta deputate del Pd, Forza Italia, Ncd, Scelta Civica e Popolari per l’Italia hanno deciso di  sottoscrivere congiuntamente un appello per sensibilizzare i loro leader sulla questione. Ma a guardare con scarsa convinzione alla loro iniziativa sono state anche alcune colleghe di partito, come le “renziane” del Pd, che considerano inopportuno (e improduttivo) sottoporre a ulteriore stress l’accordo sulla legge elettorale.