Stasera al cinema: “Smetto quando voglio”

Smetto-quando-voglioSmetto quando voglio di Sydney Sibilia – Altra settimana e ovviamente altro film al cinema. Questa settimana ho deciso di lasciarmi andare ad ul film che volevo vedere da un po’ ma che per varie coincidenze non riuscivo mai a vedere, sto parlando di “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia. Un’altra commedia italiota sulla crisi? No. La crisi è presente, ma la commedia non è ne’ la solita solfa sui problemi dell’Italia e degli italiani. La storia si concentra su sette laureati, i migliori nelle rispettive discipline, che costretti a ripiegare sui lavori più avulsi dalle loro competenze finiscono con l’abbracciare la possibilità di spacciare droga. Sembra una barzelletta: due pluripremiati latinisti lavorano come benzinai, scagliandosi vicendevolmente improperi nella lingua di Cicerone; un antropologo tenta invano di farsi assumere presso un meccanico; un genio della chimica computazionale lavora come lavapiatti in un ristorante cinese; un più che competente archeologo, precario da undici anni, non ha nemmeno i soldi per il pranzo a sacco; un economista che di mestiere conta le carte a poker; e poi c’è lui, Pietro, l’ispiratore dell’intera iniziativa, che dopo l’ennesima frustrazione alla facoltà di Neurobiologia ed una pasticca mal digerita scopre questa nuova vocazione.

Il piano è quello di creare la ricetta legale, trovando il giusto algoritmo. Da lì in avanti si procede per sketch, battute più o meno sottili, tra il surreale ed il grottesco ma al centro una verità, sono tantisismi i laureati che a prescindere dalle competenze acquisite non trovano non solo la collocazione che più compete loro ma proprio una collocazione quale che sia. Se il regista Sydney Sibilia è un esordiente, il cast è composto da noti caratteristi, Neri Marcorè in un cammeo, Sergio Calabrese, archeologo, Edoardo Leo, ricercatore; Stefano Fresi, chimico; Valerio Aprea e Lorenzo Lavia,  i due latinisti;  Libero di Rienzo, economista; Pietro Sermonti, antropologo. Smetto quando voglio non è però un film moralista, non pretende di insegnare alcunché, non è un film di denuncia, non è retorico. Questo film è un’iperbole grottesca e divertita sui molti vizi e le poche virtù della società contemporanea italiana. Quella del disprezzo della cultura come valore di riconoscimento sociale,  dello sfruttamento e dell’assoluta mancanza di un  qualsiasi futuro.

Tra spacciatori  veri , zingari, studenti impasticcati e prostitute di alto livello, la parabola dei “ricercatori” è alla fine meno grottesca dei fantasiosi “contratti di lavoro in prova per 18 mesi senza retribuzione” proposti dalla società civile. Se i riferimenti immediati sono quelli a The Big Bang Theory e ai gangster movies di Tarantino, con una spruzzata del venerato Breaking Bad, non ci si dimentica la lezione di quella grande commedia all’italiana che trasformava i suoi amabili pezzenti in aspiranti banditi. Un film azzeccato, il bell’inizio con la Roma notturna ripresa dall’alto da un drone, l’arco narrativo compiuto che porta a un finale coerente, situazioni divertenti, battute irresistibili e attori non usurati dalla troppa esposizione. Un film da vedere!